Abitazione bifamiliare  

Progetto architettonico: Franz Prati e Luciana Rattazzi
Collaboratori per il concorso: Luca Montuori, Giuseppe Todisco, per il progetto esecutivo Raoul Cilento
Direzione lavori: Sandro Silvi
Committetente: Privato
Datazione
Progetto secondo grado: 1992
Progetto definitivo: 1993-1995
Apertura cantiere: 1997
Conclusione lavori: 1999

Concorso internazionale 'La casa più bella del mondo' 1991

Il concorso di architettura avente per oggetto 'la casa più bella del mondo' fu bandito la prima volta nel 1988; suffragato dalla partecipazione di centinaia di colti progetti realistici; svolto fino al verdetto e alla costruzione del progetto vincitore nel sito prestabilito. Edificata nel 1992, oltre la circonvallazione sud di Reggio Emilia, lungo la percepibile linea di confine tra bassa pianura padana e collina preappenninica, ora la villa esiste e magari sarà felicemente abitata. Ciononostante, sembrerebbe lecita l'obiezione retrospettiva. Sarebbe stato meglio che l'espressione 'la casa più bella mondo' fosse stata enunciata con maggiore discrezione e minore frequenza, meglio ancora recitata nell'inflessione dialettale, nella cadenza larga, di timbro nasale, prerogativa del commesso del negozio del centro di Reggio Emilia che proprio nel 1988, o era il 1989? o il 1987? Mi offrì in vendita la giacca e disse 'non sarà la giacca più bella del mondo . Sottinteso, la compri, è confezionata bene e starà bene a un giovanotto come lei, quale io ero allora, quale era l'architettura di circa dieci anni or sono, all'apparenza agitata da astratti furori postmoderni o antipostmoderni, in realtà, dismesse le inibizioni, abbastanza sicura dei principi ritrovati, mirante alla nuova città fusa con la vecchia, mentre avanzava il territorio metropolitano e aumentava il network televisivo omologante gli squilibri sociali, le differenze territoriali, le identità urbane, eccetera. Sarebbe stato conveniente che la formula fosse coniugata progettualmente secondo il paradigma morfotipologico `rigidissimo'; declinata nella chiave dell'architettura da disegnare, eseguire e ambientare `scientificamente' nell'innamorante seppure misconosciuto paesaggio reggiano, per fungere da antidoto alla retorica architettonica postmoderna, all'affiato lirico, alla similpoesia - tutte cose che di fatto avrebbero guastato il merito del concorso. Ricordo com'erano negli anni ottantotto le società degli architetti e le comunità degli autori e credo di poter affermare che il concorso sarebbe andato altrettanto bene. Ma, certo, sarebbe sfociato nella fabbrica della 'casa più bella di Reggio Emilia e dintorni'l
Del resto, non era a caso, se, nella seconda edizione, del 1992, il concorso conservava l'intestazione, però avviava la gara tra gli elaborati più concreti per un'abitazione bifamiliare. Pareva poco; ma in effetti raccomandare il raddoppio funzionale equivaleva a prescrivere all'architettura il carattere forte e compiuto, l'esatto contrario dell'inganno debole e dell'illusione ammaliante. Come quattro anni prima, il progetto vittorioso lo si sarebbe eseguito e tradotto nella costruzione insistente sopra il sito reggiano stabilito. L'evoluzione concettuale era afferrata dal mirabile progetto di Franz Prati e Luciana Rattazzi, selezionato nel primo grado e trionfante nel secondo. La pianta era controllata dalla figura del cerchio. L'alzato ruotava, girava lentamente e finiva per schiudere la doppia valva e mantenere i corpi parallelepipoidali nell'ambito del cono ottico teso.
Si prevedeva la messa in opera di elementi tradizionali e di materiali locali, non per imitare meglio la dimora rurale, ma allo scopo di evocare il senso del sobborgo, avvertito quale parte peculiare della compagine urbana posta tra pianura e collina.
Nell'occasione della vittoria concorsuale, apparve a firma di Franco Purini la recensione dell'operosità di Prati e Rattazzi, dove, invero, era accreditata la leggenda metropolitana di un Prati architetto veneziano, trapiantato a Roma, ovvero personaggio appartato, autore immerso nel pensiero profondo, anche durante il fare disegnativo, a tal punto da sottrarsi a ogni rischio connesso all'azione creativa. Ribattendo, Prati volle precisare che sia la separatezza personale che la profondità progettuale, non erano che corollari dell'impegno suo a far progredire l'arte architettonica sul cammino della città, verso l'epifania urbana, materiale e spirituale. Non era finita la replica, e sarebbe continuata nell'enunciato proprio della esposizione materana del 1996, mostra antologica della sua ricerca progettuale degli anni novanta. Ogni lavoro progettuale e costruttivo andava inteso come eclettica astrazione del moderno. `Eclettica', perché capace di obbedire alla singolare regola variabile passando di luogo in luogo. `Astrazione', perché anelante all'obiettivo ideale trascendente l'immedesimazione architettonica. `Del moderno', dal momento che l'immedesimazione è di per se stessa moderna -almeno in un mondo dove le persone e le cose non si trovino abbandonate alla pura deriva cronologica.
Nel frattempo, l'alzato della casa nella veste della villa doppia aveva finito di ruotare e, a causa degli aggiustamenti obbligatori, lo spazio centrale si era chiuso. L'impianto era bloccato.
La cerimonia del congedo dalla soluzione prediletta comprendeva la promessa della forma tipologica nuova ma memore della primitiva; prevedeva il disegno di interni dove la stanza era assai meno ambiente domestico che componimento poetico; addirittura contemplava il vaticinio delle facciate, larghe e strette, accoppiate rispettivamente sulle parti opposte.
Di sicuro la conoscenza dell'antefatto illumina l'interpretazione del fatto. Ma troppo a lungo mi sono trattenuto sull'antefatto e ora mi mancano le battute tipografiche per analizzare criticamente il fatto, il costruito, l'opera bifamilare e bifronte di Prati e Rattazzi, come essa meriterebbe. Mi rincresce, posso appena tratteggiare due aspetti, sebbene esemplari rispetto alla disciplina attentissima al tema insediativo.
- Perfetto il posizionamento fuori terra, cosicché questo corpo non sembra affatto gettato-nel-mondo, bensì deposto-nella-cuna, la culla del forese reggiano, di Villa Canali (sobborgo dal toponimo quasi poetico).
- Perfetta la facciata principale, la quale trae valore dal suo stesso essere fronte, dalla `frontalità' medesima, cioè la maniera larga e sensuale, per niente impettita, con cui dà sul piano di campagna, analoga al modo con il quale il duomo prospetta sulla piazza padana e il capannone prospetta sulla Via Emilia - il rettifilo coincidente con il tracciato dell'antica strada consolare, ancora addetto a coordinare lo spazio del territorio regionale omonimo -. Dentro la figura della facciata occidentale, arricchita dalle torri e dalle terrazze si celebrano le nozze della muratura laterizia con il tetto-cornicione e i relativi sostegni, e le nozze del mattone con il legno. Dimodoché la facciata è "una", però, formata com'è da due unità, e ciascuna unità è la ripetizione speculare dell'altra, risulta anche "bina". Invece la facciata orientale, di formato uguale a quello della facciata occidentale, è unica, indistinta e valevole per entrambi gli alloggi. Resta da aggiungere che l'immagine sia della fronte sia della controfronte non manca di partecipare per lo meno virtualmente della città frontale, densa e compatta, nel quartiere interno e nelle piaghe esterne, quella ritratta senza posa da Prati, nelle vedute scalari, visioni sempre più misteriose, da dove promana 'lo spirito della città'. E dire che qualcuno vorrebbe che il vento smettesse di soffiare. Lo desidererebbe con tragica allegria. ('Area' n° 43 Marzo/Aprile, pag 87-97 Federico Motta Editore)

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