Intervista – Spesso la concorrenza tra le aziende punta sull'immagine a scapito della funzionalità: il parere del progettista Donato D'Urbino

Il design contemporaneo fa i conti col passato: sul ruolo della creatività come fusione tra estetica, funzionalità e richieste di mercato, Casastile ha sentito Donato D'Urbino, che dal 1966 collabora con Paolo Lomazzi in diversi campi dall'architettura all'arredamento. Lo studio D'Urbino-Lomazzi ha ideato alcuni oggetti poi diventati delle icone del design; ma oggi si assiste a una crescente confusione tra design e moda, perdendo spesso il confine tra razionale ed eccentrico, originalità e qualità, come spiega D'Urbino nel suo viaggio tra i valori e i problemi del suo lavoro.

Vi considerate “archistar” o professionisti che possono contribuire a rendere più piacevole e funzionale un oggetto? Qual è dunque il ruolo del progettista nel prossimo futuro?
Quando eravamo molto giovani, credevamo che la nostra missione fosse intervenire nel mondo della produzione con progetti chiari e idee fresche, spogliando i prodotti da sovrastrutture per renderli semplici e facili da usare. Una sorta di rivoluzione del consumo, che ancora non esisteva come “consumismo”. Così ogni progetto, purché sorretto da un'idea, trovava spazio nelle collezioni delle aziende e accoglienza tra il pubblico. Lavoravamo con molta razionalità condita con un po' d'ironia. Quindi professionalità e nessun desiderio di essere considerati archistar. Questo è rimasto un punto fermo, anche se molto è cambiato intorno a noi. Il mercato si è affollato di prodotti tra loro in concorrenza. Le aziende pongono più attenzione all'originalità dell'immagine, piuttosto che alla qualità del design. Fioriscono le stravaganze, il formalismo non giustificato e subito reso obsoleto dai prodotti che seguiranno. Il pubblico è disorientato, non distingue il vero dal falso, il razionale dall'eccentrico. Design e moda non sono la stessa cosa, ma vanno confondendosi.

Il mondo della casa quali stimoli può offrire a un designer?
L'osservazione critica delle nostre azioni o di quelle che avvengono intorno a noi, è la base di ogni stimolo al progetto. Osservare con spirito creativo gli inconvenienti piccoli o grandi che avvengono nella vita quotidiana, può portare a migliorare ciò che già esiste o a creare ciò che non è stato ancora pensato. Il non creativo, invece, può ripetere cento volte un'operazione sbagliata, noiosa, faticosa o pericolosa, senza porsi il problema di pensare a un'alternativa.

Come si può conciliare la creatività con l'attenzione al mercato, alla specificità dei processi produttivi e dei materiali, alle esigenze dei consumatori?
Ci sono due modi per esercitare il nostro mestiere: se svolgi la libera professione, devi sempre documentarti su tecniche, materiali, usi e costumi e anche sul consumatore. Hai l'occasione di affrontare temi molto diversi, arricchisci la tua esperienza anche attraverso lo scambio con i tecnici dell'azienda; impari e non ti annoi. Non è l'ultima delle ragioni per il successo del design italiano, perché mi risulta che altrove il designer lavora per lo più all'interno dell'azienda-cliente, conosce alla perfezione ogni caratteristica della sua capacità produttiva e del suo mercato, ma è condizionato da mille vincoli che gli impediscono di essere liberamente creativo.

Il negozio è un “medium” fondamentale. In che modo il design può essere raccontato nello spazio di vendita?
Proporre elettrodomestici non è come proporre orologi, ogni categoria merceologica è un caso particolare; comunque la comunicazione deve raggiungere in un lampo il consumatore frettoloso. Davanti a un prodotto, bisogna cogliere con immediatezza le sue caratteristiche: uso, costo, vantaggi e tante altre cose. Ho visto un sottopentola di nostro disegno per Alessi esposto con sopra una pentola, che intendeva comunicarne l'uso ma che lo nascondeva completamente. Ho visto uno schiaccianoci che permette di aprire il guscio in due parti come un'ostrica, esposto con una noce tutta frantumata. Allora: molta attenzione all'esposizione, agli sfondi e alle luci, ma anche formazione del negoziante che, per primo, deve capire ciò che vuole vendere.

Che cosa rende un oggetto di design un'icona?
Un prodotto non nasce icona ma lo può diventare. Serve la combinazione di tanti fattori: creatività, innovazione, immagine, azioni d'appoggio del produttore. Ecco perché un'icona è riconoscibile come tale solo dopo molto tempo.

Se dovesse individuare dieci oggetti icona dei nostri tempi?
L'arco di Castiglioni, la lampada Tizio di Sapper, sempre di Sapper la caffettiera di Alessi, l'automobile Citroen “Due cavalli”, il nostro attaccapanni Sciangai e la gonfiabile Blow per Zanotta, la macchina per cucire Necchi Mirella di Nizzoli, la macchina per scrivere Valentina di Sottsass, lo spremiagrumi di Starck per Alessi, la poltrona UP5 di Pesce per B&B. Non a caso, sono quasi tutti prodotti degli anni 60'-70'.

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