ISP - Institut fur Spitalpharmazie  

Località: Basilea
Committente: Baudeportement Kanton Basel-Stodt
Progettista: Herzog & de Meuron
Collaboratori: Mathis S. Tinner, Roland Bachmann, Adrian Boss, Matthias Gnehm, Monika Haefelfinger, Katharina Kovarbasic, Koshi Orni, Pius Tschurni, Hanspefer Vogt
Costruzioni: GSG Baucontrol AG, Basilea
Strutture: Bauingenieure AG, Basilea
Impianto elettrico: Selmoni Ingenieur AO, Basilea
Impianti sanitari: Schmutz + Partner AO, Basilea
Datazione progetto: 1995
Datazione realizzazione: 1997-1998
Destinazione d'uso: Edificio per uffici e laboratori
Superficie totale: mq 6.670
Superficie coperta: mq 1 .545
Superficie utile lorda: mq 9.439
Volume: mc 33.081
Costo complessivo: 40.000.000 Fr. Svizzeri

L'edificio dell'ISP (Institut fur Spitalpharmazie) a Basilea si inserisce all'interno di un contesto urbano variegato, caratterizzato dalla presenza di fabbricati del XVIII-XX secolo e da una suddivisione del terreno in lotti di epoca medievale. L`insediamento del nuovo ed elegante progetto di Herzog e de Meuron si misura pertanto con questa cornice storica e ambientale, oltre che con le restrizioni delle normative edilizie e del piano regolatore (dimensione del lotto edificabile, distanze specifiche, incidenza della luce) che ne influenzano l'impianto generale.
Secondo Herzog e de Meuron le condizioni al contorno, che abbiamo qui brevemente indicato, rappresentano la sostanza stessa dell'esercizio architettonico: il rispetto dell'allineamento della facciata e del colmo e il forte condizionamento del lotto, oltre ad essere un fattore inalienabile del processo progettuale, costituisce, al tempo stesso, il primo indizio formale precisamente definito. La netta divisione fra il volume d'ingresso e il nucleo centrale, organizzato, quest'ultimo, intorno ad una corte e comprendente le funzioni principali, consente ai progettisti di soddisfare sia l'esigenza dell'allineamento con gli edifici adiacenti che la realizzazione di uno spazio regolare ritagliato dalla forma trapezoidale del lotto e impostato su una rigida griglia a maglia quadrata. In questo modo la semplice soluzione monolitica di un unico volume attestato sul margine della strada viene resa più complessa con l'inserimento di uno scarto fra i due corpi e con il successivo slittamento, lungo il piano parallelo alla strada, che genera uno spazio aperto a lato dell'ingresso.
La bellezza di questo edificio risiede, oltreché nell'essenzialità delle forme e nella cura dei dettagli, nella valorizzazione di almeno due elementi percettivi: la cesura verticale che caratterizza il prospetto orientale e il gioco dei piani sfalsati ottenuto attraverso lo sdoppiamento del corpo (tale sfalsamento viene inoltre ripreso nel disegno del prospetto a sud con l'alternarsi delle bucature dei due piani inferiori.)
Un primo elemento di ambiguità è quindi individuabile nell'articolazione dei volumi che contraddice la loro apparente rigidità monolitica; l'insieme del progetto è comunque dominato da una serie di raffinate contraddizioni che confermano la natura complessa dell'architettura. Il rivestimento in pannelli di vetro serigrafato, che cela interamente la struttura opaca della costruzione, nega, di fatto, la concretezza fisica e permanente dell'edificio ed instaura un dialogo sommesso e costante con l'intorno attraverso il gioco dei riflessi e la registrazione di fugaci istantanee che compaiono sulla superficie luccicante dei vetri. Il rapporto fra interno ed esterno è così regolato dalla presenza osmotica di questo filtro vetrato: la differente incidenza della luce su di esso alterna gradi diversi di trasparenza e di opacità fino al ribaltamento in negativo dell'effetto notturno, in cui l'evidenza dell'interno emerge sulle facciate oscurate, il vetro e la luce sono pertanto gli elementi costitutivi della fisionomia dell'edificio e giocano un ruolo destabilizzante rispetto alla fissità del corpo e della materia che, come l'intorno, si consegnano alla loro regia. La qualità intrinseca delle architetture di Herzog e de Meuron, per la quale vengono spesso connotate erroneamente come 'naturalistiche', è la loro capacità dialogante, il loro costituirsi come sistema reagente alle molteplici influenze che derivano dai vari soggetti implicati nel progetto.
Da questa visione fenomenologica del progetto discende la necessità di dotare l'architettura di una struttura flessibile e sensibile che i due architetti svizzeri individuano nella cosiddetta `pelle'. Tale struttura si pone come elemento intermedio situato tra la costruzione e lo spazio esterno e rappresenta il mezzo attraverso cui le due entità entrano in un rapporto di reciproca simbiosi. In quest'ottica il corpo opaco dell'edificio, sotteso alla pelle, il paesaggio, gli spazi interni, ma anche la natura, con i suoi processi invisibili e le improvvise manifestazioni, la luce e il tempo segnato dal mutare dei riflessi, circolano sulla superficie tesa ed indifferenziata dello schermo secondo un'alternanza continua e inarrestabile. Questo gioco lo ritroviamo espresso, forse per la prima volta, nell'impianto compositivo dell'edificio dove l'arretramento e l'avanzamento dei volumi, il lieve sfalsamento del filo delle facciate sembra corrispondere ad un'energia interna che, in relazione al contesto, assume valore fondativo.
Il lavoro di Herzog e de Meuron si è da sempre sviluppato nell'osservanza di un principio fondamentale che vede nel rapporto fra artificio e natura, fra invisibile e visibile, fra contesto e soggetto, primo piano e sfondo, l'esistenza di una segreta continuità. In questa alterazione delle gerarchie e nella sostanza neutra dei loro lavori (l'assenza della facciata, l'uniformità delle superfici, l'eliminazione della simmetria) si sostanzia l'apparato decorativo, inteso, questa volta, come qualità visiva dei materiali, veri protagonisti dell'oggetto costruito.
La decorazione non è quindi concepita nell'accezione venturiana del `decorated shed' in cui la pelle e la costruzione occupano due ambiti autonomi e distinti, ma si identifica nell'effetto prodotto dalla `geometria occulta della natura (titolo del libro di Herzog e de Meuron, 1992), dove lo stato cristallino della materia evolvendo nei vari stadi percettivi arriva a definirsi, nell'occhio dell'osservatore, in una impressione tattile-visiva.

Tratto da Area n° 47 novembre/dicembre 1999, pagg 20-33 Federico Motta Editore

Pianta piano primo e secondo Planimetria generale Vista interna Vista esterna Vista dall'alto

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