Jüdisches Museum  

Località: Berlino, Lindenstrasse 9-14
Progettista: Daniel Libeskind con Matthias Reese e Jan Dinnebier
Committente: Senatsverwaltung für Bauen, Wohnen und Verkher, Berlin
Concorso:1989
Fine lavori: 1999
Apertura: 2001
Strutture: GSE Tragwerkplaner e IGW Ingenieurgruppe Wiese
Architetto paesaggista: Müller, Knippschild, Wehberg
Progettazione impianti: Cornelia Müller, Jan Wehberg with Frank Kießling, K. Louafi, G. Maser
Ingegnieri civili: Cziesielski + Partner
Gestione budget: Arge Beusterien und Lubic
Lighting Design: Lichtplanung Dinnebier KG
Area edificata: 12.000 mq
Area totale: 15.000 mq
Budget: 62.100.000 $
Costo: 40.050.000 $
Destinazione d'uso: museo

Tra i non pochi musei realizzati in questi ultimi anni dedicati alla storia delle persecuzioni subite dal popolo ebraico nel nostro secolo, quello di Berlino assume un significato particolare, proprio per il luogo in cui si colloca e per ciò che la tragedia dell'Olocausto rappresenta nella memoria del popolo tedesco. È anche per questo motivo che l'architettura di Daniel Libeskind, ebreo polacco nato a poche centinaia di chilometri da Berlino, la cui famiglia ha subito gli orrori delle persecuzioni naziste, esprime già in se stessa una tensione particolare che si manifesta nella drammaticità delle forme e degli spazi, nell'uso dei materiali, nel trattamento della luce: una ricerca che lo stesso Libeskind ha ripreso nel museo dedicato al pittore ebreo Felix Nussbaum, realizzato a Osnabrück quasi nello stesso periodo.
Nato come ampliamento del Berlin Museum, ospitato nella barocca Kollegienhaus lungo la Lindenstrasse, una delle tre diagonali convergenti verso la piazza rotonda del Rondel e parte del piano del 1734 per la Friedrichstadt, il nuovo intervento ne rifiuta senza compromessi la serena composizione, dichiarando la dilacerazione che il contesto esprime come stato di risulta delle devastazioni causate a questa città dalla seconda guerra mondiale. Unica concessione alla continuità con il passato che precede queste vicende è la scultura del "giardino-labirinto" quadrato, dedicato allo scrittore E.T.A. Hoffmann, che all'inizio del secolo scorso amministrò in questo edificio la legge dello stato prussiano.
L'interpretazione del tema da parte di Libeskind è evidentemente legata a uno stato d'animo interiore, a una sensibilità che solo chi è stato in qualche modo parte di questa vicenda può sentire. L'"invisibile matrice di connessioni" fra cultura tedesca e tradizione ebraica è diventata, nel progetto, una dichiaratamente "irrazionale" rilettura della geometria della stella gialla a sei punte, che ha generato il particolare impianto del museo, in connessione ad altri riferimenti "inconsci" - la musica di Arnold Schönberg, gli scritti di Walter Benjamin e il Gedenkbuch, i due grandi volumi che contengono l'elenco di tutti gli ebrei deportati da Berlino - secondo un processo creativo complesso, incrociato, "stratigrafico", che è tipico del lavoro progettuale di Libeskind.
Alla nuova ala si arriva dal museo esistente attraverso una scala che scende tramite un "pozzo" al piano sotterraneo, dove esiste l'unico collegamento con il nuovo edificio. Qui inizia il percorso espositivo che, seguendo un basso e stretto passaggio, conduce verso una lunga scalinata che distribuisce i tre piani espositivi (l'ultimo piano, non accessibile al pubblico, contiene l'amministrazione, i laboratori e la biblioteca). La visita solo apparentemente si svolge lungo una tradizionale - per quanto zigzagante - galleria. In realtà la frantumazione di spazi e visuali e il coinvolgimento emotivo fa ben presto perdere l'orientamento e nulla aiuta a dare logica topografica alla visita, che si manifesta sempre più come un vero viaggio inquietante e allucinato verso quella "discesa agli inferi" che già l'ingresso aveva preannunciato.
I concetti attorno cui è costruito lo spazio, ma anche il valore complessivo del museo, sono quelli di "vuoto", "assenza", "invisibile", che rappresentano naturalmente la scomparsa fisica dell'eredità della cultura ebraica a Berlino e il tentativo di restituire questo senso attraverso i vuoti che "tagliano" in verticale l'edificio. Così le facciate rivestite in lastre di zinco, con chiodature esibite e squarciate da tagli diagonali che sembrano ferite, sollecitano memorie esplicite che si ritrovano negli spazi interni clautrofobici, deformati e oscuri, illuminati da lame di luce (come nella drammatica torre dell'Olocausto), che ci riportano, non a caso, alle angosciose immagini dei film dell'espressionismo tedesco. In questo senso il museo di Libeskind ci appare più come una eloquente e comunicativa scenografia architettonica che come architettura "parlante", un drammatico set dove si ripropone un dramma millenario, dove la ridondanza di segnali e emozioni non potrà che sovrapporsi agli oggetti di memoria che dovrà, forse suo malgrado, esporre.

Estratto da: MUSEI - architetture 1990-2000

									pianta del primo piano	composizione di facciata
sezioni trasversale e longitudinali

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