Pasquale Culotta
Il Calzolaio di Aliminusa
Giuseppe Guerrera, Andrea Sciascia

Tutto  il materiale realtivo all'esposizione d'Architettura LABORATORIO ITALIA 2005 è presentato all'interno del portale www.floornature.it

Durante un sopralluogo didattico con gli studenti impegnati nel Corso di Progettazione architettonica a progettare il Municipio di Aliminusa  ho fotografato un calzolaio che lavorava mentre due ragazzi erano attenti ad osservare i gesti di un mestiere antico. Fui attratto dalla scena, che potevo osservare da una posizione alta. Mi trovavo, per caso, su una strada dalla quale si dominava la vista del reticolo ippodameo della piccola città di fondazione.

Pasquale Culotta

Il calzolaio era sul marciapiede all'angolo di due strade del reticolo. Lavorava fuori dalla bottega, in strada, seduto su uno sgabello con le spalle riparate dalla lunga parete di case in linea.
Davanti aveva un piccolo scanno quadrato, posizionato in modo da essere visto nelle direzioni delle due strade ortogonali. Su quel tavolo in una apparente confusione il calzolaio aveva l'universo degli attrezzi del mestiere: martelli, lesine, trincetti, forme per battere e stirare il cuoio, gomitoli di spago, chiodi, pezze di cuoio e alcune scarpe da riparare. Lo sguardo dei ragazzi era puntato sulle mani del calzolaio, mentre dava forma e struttura alle strisce di cuoio. Nei pochi minuti che mi fermai a guardare, i due rimasero immobili come piantati a terra e fissi con la mente per non perdere nulla dell'abilità e della maestria del calzolaio.
Quell'immagine, colta in una strada di Aliminusa, mi ha aiutato a spiegarmi e a spiegare, credo con le parole semplici di una metafora, il mio mestiere artigiano di architetto e anche la trasmissione del mio sapere nella progettazione.
Quella posizione ad angolo di strada dà il senso della visibilità pubblica che attribuisco al lavoro, il dar conto e il far vedere agli altri gli esiti conseguiti, avendo in mente con consapevolezza che questi sono utili, buoni, impareggiabili, attraenti, che non temono critiche, anzi possono generare la ricerca di altre forme.
In quella condizione essenziale e minima pur se precaria (pochi mq. con tavolo e sgabello), di una situazione in cui il calzolaio si trovava (non so se per scelta o per necessità), c'è la misura e il significato di un quotidiano, paziente e faticoso, impegno verso la disciplina, che dobbiamo praticare con l'amore e la passione di cui si è capaci per dar risposta alta alle personali motivazioni e alle esperienze compiute dagli altri che troviamo nel deposito universale dell'arte.
L'artigiano, poi, nei pochi sicuri gesti delle mani sulla forma, trasmette l'aura del suo sapere perché, credo, i valori che va svelando con il lavoro che compie coincidono con il luogo immaginifico, virtuale, del sapere di un sempre senza tempo della disciplina, dove risiedono gli interessi e le curiosità degli altri che ne osservano e usano il magistero del fare.
Per cui la condizione di chi si ferma, anche in strada, per cogliere (e rubare) la scienza del fare, attratto dall'abilità di pochi gesti compiuti nel lavoro dall'artigiano, riassume la natura del rapporto che osservo nei giovani che mostrano interesse e curiosità verso la mia esperienza della didattica e del mestiere di architetto, che, ritengo, abbia molta somiglianza con la figura di artigiano nella foto che ho scattato tanti anni fa' al calzolaio di Aliminusa.
Aggiungo che la mia navigazione nella professione è aperta alle curiosità interdisciplinari e alle forme di integrazione delle competenze, alle nuove modalità di elaborazione e di scrittura del progetto, anche se ancora uso tavolo da disegno, strumenti e mezzi essenziali (una matita, un foglio di carta, una squadra, un compasso). Utilizzo il sapere accumulato nel tempo che tendo con intelligente abilità di adoperare nel lavoro con pochi gesti che appaiono sicuri nei modi di ordinare le scelte dei materiali, nei tagli e nelle cuciture dello spazio e della forma dell'architettura .

21 maggio 2005

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