Pavimento in pietra naturale

Autore testo: Enrico Francesconi, Mirko Giorgetti

I materiali lapidei si possono suddividere in marmi, graniti e pietre. E' necessaria una distinzione tra la terminologia dell'uso corrente, la definizione scientifica e quella commerciale poiché le tre denominazioni non coincidono.
Nel linguaggio corrente per marmo si intende una qualsiasi roccia compatta, resistente, adatta ad essere lucidata; per granito una qualsiasi roccia a struttura granulare; si considerano invece pietre i materiali non lucidabili.[']
La denominazione commerciale dei materiali lapidei ['] per quanto riguarda marmi e graniti è fondata sulla durezza del materiale, dalla quale dipendono sia la lavorabilità sia le prestazioni in opera, e raggruppa le rocce ornamentali nelle categorie dei marmi, graniti, travertini e pietre, classificando sotto la voce 'marmi' i materiali con durezza Mohs di 3-4 (per esempio calciti, dolomiti e serpentini) e sotto la voce 'graniti' i materiali con durezza Mohs di 6-7 (quarzo, feldspati e feldspatoidi), da cui si deduce chiaramente che, oltre ai marmi e ai graniti in senso stretto, sono comprese in questa categoria numerose altre famiglie di rocce.
I travertini vengono definiti come rocce calcaree sedimentarie a struttura vacuolare, mentre le pietre non sono inseribili in alcuna classificazione perché a questa categoria appartengono rocce con composizione mineralogica molto varia.
Analogamente alla gran parte dei materiali di rivestimento i lapidei possono venire posati su strato di allettamento cementizio o incollati direttamente sul supporto.
Anche le caratteristiche fisiche possono sensibilmente variare in relazione ai diversi tipi di marmo, si può certamente affermare che questo tipo di rivestimento manifesti un comportamento più stabile di altri materiali e quindi come tale meno soggetto ad istituire coazioni di segno opposto alle deformazioni dello strato di allettamento.
Questo può essere usualmente costituito da una stesura di malta normale di cemento con aggiunta di calce grezza in ragione di m3 di impasto.
Da un punto di vista progettuale assumono dunque maggiore rilievo i problemi legati alla finitura ed all'aspetto finale del manufatto, che riguardano non solo le caratteristiche di omogeneità dei materiali impiegati ma anche gli aspetti  di controllo dimensionale delle campiture e dei dettagli di completamento e finitura.
In tutti questi casi il progettista dovrà verificare preliminarmente la congruenza fra le scelte di dimensionamento degli spazi e conseguentemente della campitura di pavimentazione iscritta con la modulazione degli elementi costituenti il tipo di rivestimento prescelto, accentuando in modo particolare l'attenzione per zone influenti sul piano della composizione geometrica del sistema (presenza di pilastri isolati, incontri di partizioni con angoli non ortogonali, specie in presenza di pavimenti decorativi).
Una seconda serie di problematiche progettuali concerne la programmazione dei lavori di posa nelle sue diverse articolazioni in riferimento all'andamento complessivo dei lavori di finitura delle opere al contorno. Uno dei più usati sistemi di finitura in esterno è la bocciardatura che rende il piano di calpestio antisdrucciolevole. E' indubbio che da questo punto di vista risultano preferibili, sia in ordine alla riduzione dei tempi di esecuzione e stagionatura, sia in ordine alla possibilità di impiegare elementi già finiti e trattati con lucidatura, i procedimenti di posa per collaggio rispetto a quelli effettuati con strato legante.
E ciò anche in accordo alle attuali tendenze architettoniche sempre più orientate nella rivalutazione di materiali lapidei, a combinare secondo disegni complessi marmi di differente durezza ma soprattutto con differenti trattamenti di finitura superficiale (tratti di elementi lucidati posti ad esempio al contorno di campiture ricavate con elementi a spacco ecc.). Situazioni queste non certamente ottenibili con le tecniche di posa convenzionali.
Alla posa con collante (normalmente composto da impasto di cemento e resine idrosolubili) possono venire facilmente assoggettati i rivestimenti a 'tutto marmo'. [']
In tutti questi casi, dato il ridotto spessore dello strato di collegamento impiegato (3,4 mm) si deve operare su sottofondi particolarmente livellati e comunque resistenti, in grado di assorbire le sollecitazioni derivanti dai carichi cui la pavimentazione verrà sottoposta in fase di esercizio.
A tal fine, ad esempio nelle situazioni previste in modelli risolutivi isolati termicamente o acusticamente, lo strato di supporto della pavimentazione lapidea dovrà essere costituito non da un semplice strato di livellamento ma da un vero e proprio strato di ripartizione dei carichi. Fra le disposizioni progettuali da impartire viceversa nel caso di pavimentazioni con rivestimento lapideo posate su strato legante cementizio con tecnica convenzionale, non si deve trascurare l'esigenza di frazionare la pavimentazione con giunti di dilatazione estesi a tutto lo spessore dello strato di allettamento, in campi non superiori ai 40 m2 di superficie; da ridurre ulteriormente nel caso di pavimentazioni contenenti impianti di riscaldamento di tipo radiante.
 
Bibliografia:
AA.VV., Manuale di progettazione edilizia, Hoepli, Milano, 1995
Le pavimentazioni, "Le guide di modulo", ed. BE-MA, Milano,1986.
 
Fonte foto
Vincenzo Pavan (a cura di), Spazio Pietra Architettura, Faenza, Gruppo Editoriale Faenza Editrice spa, 1999
 
Autore disegno 1
Enrico Francesconi, Mirko Giorgetti

Autore disegno 2
Giuseppe Mazzeo

1_pavimentazione in pietra naturale

1_pavimentazione in pietra naturale

2_pavimentazione in pietra naturale

2_pavimentazione in pietra naturale

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