
LAB Padiglione Temporaneo

LAB Padiglione Temporaneo
Sebbene sia un opera ormai con qualche anno alle spalle (2004), il padiglione
temporaneo del Gruppo A12 nel Parco Kröller Müller a Otterlo è un interessante
esempio di architettura allestita. Il termine deve far riflettere in quanto va
inquadrato in una dicotomia estetica attuale significativa.
à mia convinzione
infatti che oggi, sebbene ancora velata per ragioni di convivenza e di mercato,
esista una vera e propria dicotomia, se non un conflitto, tra una
interpretazione dell'architettura come design ed un'altra come
allestimento.
Innanzitutto bisogna intenderci sui termini. Con necessaria
approssimazione si può definire come architettura design quella che tende verso
la solidità e che produce oggetti il più possibile compatti, sintetici e
definiti. Così facendo, opta per i materiali levigati, per le trasparenze e
l'alta tecnologia. Di contro l'architettura allestita più che oggetti produce
messe in scena effimere, dove al compatto si sostituisce il variegato,
all'esatta definizione il non finito, al levigato il grezzo, alla trasparenza
l'opacità , all'alta tecnologia la bassa tecnologia.
Le intelligenti opere che
Cooperativa Amereida da più di trenta anni realizza in Cile nella Ciudad Abierta
e le costruzioni assistite dei Rural Studio in Alabama, come pure svariate
ricerche in ambito francese, possono essere considerate come le forme più
radicali di architettura allestita; dei veri e propri happening architettonici,
fatti di stratificazioni di gesti quotidiani, progetti non a caso collettivi,
frammenti ancora attuali di quella che un tempo veniva chiamata controcultura
hippie. Man mano che ci spostiamo invece verso il design, dall'happening
collettivo si passa al progetto autoriale ed a quella che potremmo definire con
un ossimoro la solidificazione effimera. Quest'ultima è concessa a pochi
funamboli del linguaggio, innanzitutto, se non altro per ragioni storiche, a
Frank O. Gehry (come non ricordare l'ampliamento di casa sua), poi ad Eric
Miralles ed a Carme Pinós. Se consideriamo ad esempio le opere di Miralles,
queste ultime appaiono proprio come un allestimento solidificato, o meglio
semi-stabile, tenuto insieme da una forza plastica assertiva ma traballante. A
ciò si aggiunge un'altra componente, che Giancarlo Carnevale appropriatamente
definisce come "nobilitazione dei linguaggi spontanei", quel lavorare con
elementi corrivi, se non banali, per poi ri-contestualizzarli per frammenti in
una narrativa e surreale narrazione scenica.
Nel variegato spettro
dell'architettura allestita, che da Rural Studio e Cooperativa Amereida, passa
per Miralles e la Pinós, per poi concludersi con le prime opere di Frank O.
Gehry, il padiglione costruito in Olanda dagli A12 si ritaglia una propria
autonomia figurativa. Innanzitutto perché al contrario della gran parte delle
opere allestite non si compone di frammenti variegati, ma si esprime attraverso
una rigorosa economia formale.
Gli elementi ed i materiali che infatti A12
utilizza, oltre ad essere del tutto anonimi, sono pochissimi ed il principio che
tiene insieme il tutto è quello, ben poco utilizzato nelle architetture
allestite, della ripetizione.
A tutto ciò si aggiunge anche un'altra
peculiarità che fa si che sebbene effimera, l'architettura proposta da A12
rimane una architettura di impianto, solida nei suoi presupposti formali fino al
punto di elevarsi, con il suo recinto, la sua strada ed i suoi slarghi, a
metafora urbana.
Ecco allora che si chiarisce la distanza degli A12 nello
spettro dell'architettura allestita nei confronti di esperienze come quella di
Cooperativa Amereida o Rural Studio, distanza analoga a quella che negli anni
sessanta intercorreva tra Archigram e Superstudio, tra il pop romantico e
narrativo anglosassone ed il classico senso dell'ordine italiano.
D'altro
canto il padiglione di A12 è smaccatamente italiano, intriso di Metafisica, di
Arte Povera e Concettuale e persino di Transavanguardia.
Cosa lascia allora
perplessi nell'allestimento degli A12? Proprio questo far riferimento in maniera
così letterale alla tradizione italiana e più specificatamente ad una retorica
un po' spiccia, troppo accessibile, ad un ordine che sfiora il didascalico,
privo di quelle effrazioni controllate che permetterebbero di sbarazzarsi di
quel simbolismo al ribasso che da decenni è la palla al piede dell'architettura
italiana.
Convince invece l'idea di affidarsi per un allestimento al disegno
come strumento di controllo formale, il voler configurare una architettura di
impianto e la controllata e decantata economia di mezzi con cui il tutto viene
risolto. Inoltre convince il non cedere alla sottocultura che l'architettura
allestita alle volte si porta dietro, intrisa di fiacco situazionismo, di ibrido
ostentato e di irritante sciatteria. E visti i tempi non è poco, anzi.




