Fondato nel 1188, il Monastero Reale di Santa María de Sijena rappresenta uno dei complessi monastici più significativi della Spagna, non solo per il suo valore storico e simbolico, ma anche per la complessità delle trasformazioni subite nel corso dei secoli. Alla configurazione romanica originaria – caratterizzata da una pianta regolare, navate scandite da archi perpiani e coperture a falde – si sono progressivamente sovrapposti ampliamenti gotici, aggiunte funzionali e trasformazioni che hanno finito per alterare l’unità tipologica del complesso.
Dichiarato Monumento Nazionale nel 1923, il monastero è stato oggetto di numerosi tentativi di recupero, interrotti bruscamente dagli eventi del 1936, che causarono un incendio devastante e la perdita del contesto architettonico delle pitture romaniche della sala capitolare. Nei decenni successivi, alcuni interventi puntarono a ricondurre il complesso a una presunta unità stilistica, ma all’inizio del XXI secolo la situazione rimaneva fortemente disomogenea: accanto a parti restaurate, ampie porzioni dell’edificio si presentavano ancora come rovina.
Il progetto di intervento firmato dagli architetti degli studi Pemán y Franco Aquitectos e Sebastián Arquitectos e nominato per gli EUMies Awards, prende avvio da una posizione critica: evitare tanto la musealizzazione archeologica quanto una ricostruzione mimetica o filologica priva di basi documentarie. L’obiettivo è piuttosto quello di restituire senso e leggibilità agli elementi fondativi del tipo monastico – le navate e il chiostro – accettando la dimensione stratificata dell’edificio e rendendo esplicito il dialogo tra le diverse fasi storiche.
Un primo tema affrontato riguarda le gravi patologie legate alla presenza di falde acquifere sotterranee. La soluzione adottata prevede un sistema di drenaggio profondo per gravità, capace di intercettare l’acqua a monte e convogliarla a un livello inferiore rispetto al complesso, risolvendo alla radice problemi di umidità e degrado della pietra.
Parallelamente, le navate est e nord vengono ricoperte con strutture lignee leggere e coperture piane che dichiarano esplicitamente il limite della conoscenza storica: l’architettura si interrompe dove non esistono dati certi. I restauri murari adottano un linguaggio didattico e riconoscibile, distinguendo chiaramente tra murature storiche in pietra e tapia e integrazioni contemporanee in laterizio, calcestruzzo e malte di diversa composizione, capaci di raccontare le fasi evolutive del complesso senza gerarchie né mimetismi.
Particolare attenzione è rivolta al recupero del chiostro di Santa María de Sijena , cuore simbolico e spaziale del monastero. Il lato est viene ricostruito seguendo le tracce del basamento originario, reinterpretando l’arcata come volume e utilizzando coperture inclinate che richiamano le pendenze romaniche, rendendo leggibile la transizione tra le parti conservate e quelle reintegrate. Analogamente, l’intervento sulla cappella barocca dell’Immacolata Concezione restituisce luce zenitale, proporzioni e finiture originarie, riaffermando il valore spaziale dell’ambiente senza sovrapposizioni formali.
L’intervento più recente interessa la navata del dormitorio, trasformata in spazio espositivo destinato ad accogliere i beni rientrati a Sijena. Qui il progetto si articola su tre livelli: il restauro dell’involucro storico, la realizzazione di un “tappeto” ceramico continuo che integra impianti e protegge dall’umidità di risalita, e l’inserimento di elementi museografici reversibili. Le vetrine, disposte trasversalmente secondo il ritmo strutturale delle arcate, evocano l’organizzazione delle antiche celle monastiche, mantenendo una scala rispettosa dello spazio e un linguaggio sobrio.
Gli impianti e i servizi sono concentrati in volumi autonomi e discreti, collocati all’esterno o integrati come elementi di arredo, mentre la chiusura vetrata della navata conserva la continuità visiva e luminosa verso il cortile finale. Materiali semplici, austeri e lavorati con cura contribuiscono a costruire un ambiente misurato, in cui il nuovo non compete con l’antico ma ne amplifica la capacità evocativa.
Il risultato è un’architettura che accetta il tempo come materia di progetto: non la ricostruzione di un monastero “com’era”, ma l’espressione consapevole di ciò che è diventato. Un intervento in cui antico e contemporaneo coesistono senza forzature, restituendo al complesso una nuova vitalità e una rinnovata capacità di trasmettere senso, memoria e uso.
Scheda progetto
Architects: Pemán y Franco Arquitectos / SEBASTIÁN Arquitectos, Luis Franco, Mariano Pemán, Sergio Sebastián
Propietario: Orden Hospitalaria de San Juan de Jerusalén
Promotor: Diputación General de Aragón y Fundación Cajamadrid
Collaborators:
Francisco Fes, Marta Monreal, Alejandro Alda, Andrés Jiménez, Michel D´Angelo, arquitectos
Alberto Gutiérrez Martín, aparejador
Carlos Morenés, Isabel Ordieres, historiadores
Alfonso Monforte, Ramón García Urena, restauradores
José Delgado, José Francisco Casabona, arqueólogos
Arturo López (JG), Pedro Balaguer, ingenieros industriales
Ignacio Bueno, ingeniero de CCP
Octavio Plumed, José Manuel Bescós, geólogos
Mª Pilar Lapuente, petróloga
Samuel Aznar, Miguel Frago, diseñadores gráficos
Lorenzo Abelló, Marcos Abelló, maestros carpinteros





