In occasione della Milano Design Week 2026, Heidelberg Materials ha presentato Cemento Vivo, un progetto che pone il cemento al centro di una riflessione tecnica e culturale sul costruito contemporaneo. Non una celebrazione estetica del materiale, ma un’indagine approfondita sul suo ruolo strutturale, funzionale e simbolico nella trasformazione delle città. Il progetto prende forma attraverso un reportage fotografico di tredici scatti realizzati da Davide Canella tra Milano e Bari, due contesti urbani caratterizzati da storie, morfologie e stratificazioni differenti, ma accomunati da un uso determinante del cemento nello sviluppo urbano.
La mostra è stata ospitata presso Monte Rosa 91, complesso milanese riqualificato su progetto di Renzo Piano, luogo emblematico per raccontare il valore della rigenerazione urbana e della qualità costruttiva. Le fotografie, tutte in bianco e nero, non sono stampate su supporti convenzionali ma trasferite su pannelli rivestiti con uno speciale microcemento bianco, scelta che rende il materiale non solo soggetto ma parte integrante del processo tecnico ed espositivo.

Il microcemento utilizzato per l’allestimento svolge una duplice funzione. Da un lato è superficie di stampa, dall’altro diventa elemento narrativo che restituisce la matericità del cemento, evidenziandone texture, porosità e comportamento alla luce. Questa soluzione consente di trasformare la fotografia in un oggetto tecnico‑materico, in cui l’immagine dialoga fisicamente con il supporto. La stampa su microcemento mette in evidenza le potenzialità applicative del materiale anche in ambiti non strutturali, confermandone la versatilità e la capacità di integrarsi con linguaggi contemporanei.
In questa sperimentazione si riconosce il contributo di Heidelberg Materials Italia (la ex Italcementi), che supporta il progetto mettendo a disposizione competenze, materiali e know‑how maturati nella ricerca sui leganti e sui sistemi cementizi evoluti. Il microcemento diventa così un esempio concreto di come l’innovazione industriale possa trovare applicazione anche in contesti culturali, mantenendo coerenza tecnica e qualità prestazionale.

Dal punto di vista metodologico, Cemento Vivo adotta un approccio rigoroso e consapevole. Canella lavora con banco ottico e grande formato, utilizzando pellicola e cavalletto. Una scelta che richiama la precisione del processo progettuale e costruttivo, in cui tempi, fasi e controlli sono elementi essenziali. La lentezza della tecnica analogica consente una lettura analitica delle architetture in cemento, valorizzando dettagli strutturali, geometrie, giunti e superfici. Le immagini sono realizzate prevalentemente all’alba o al tramonto, condizioni ideali per evidenziare la rugosità del materiale e le sue reazioni alla luce radente. Facciate, piloni, ponti, strutture religiose e infrastrutturali diventano casi di studio visivi in cui il cemento è osservato come spina dorsale della città, materiale che rende possibile la crescita, la densificazione e la complessità urbana.
Milano e Bari vengono lette come due laboratori urbani. Da un lato la verticalizzazione, la sovrapposizione funzionale e l’ibridazione architettonica del capoluogo lombardo; dall’altro l’evoluzione infrastrutturale e residenziale della città adriatica, dove il cemento dialoga con materiali storici come il tufo. In entrambi i casi, il cemento emerge come elemento di continuità, capace di adattarsi a linguaggi, epoche e funzioni differenti.

Cemento Vivo restituisce così una visione tecnica e culturale del materiale, coerente con la missione di Heidelberg Materials: sviluppare soluzioni cementizie sempre più performanti, sostenibili e integrate nel contesto urbano, accompagnando la trasformazione delle città attraverso ricerca, innovazione e responsabilità industriale.
Gli scatti tra Milano e Bari
Costato di Torre Velasca, Milano. Icona milanese in stile neoliberty creata negli anni '50 dallo studio BBPR, e realizzata all’epoca con il cemento di Italcementi, è certamente tra gli edifici più conosciuti della città e qui viene evocata in un'inquadratura di dettaglio dei puntoni diagonali, i pilastri esterni trilobati della facciata rivolta verso via Larga. Scattata dal tetto di una casa antistante, a circa 50 metri di altezza e 100 metri di distanza dal soggetto ritratto, la fotografia mette in evidenza l’esperienza del fotoreporter, la sua conoscenza di prospettive inconsuete che danno accesso a panorami non percorribili dai più. Lo scatto in bianco e nero realizzato poche ore dopo l’alba enfatizza la grana della facciata visibile nel costato dell’edificio, un dettaglio che ingaggia una mutua conversazione con un particolare di costato femminile alcuni scatti più avanti.
Fondazione Prada, Milano. Le architetture qui rappresentate sono molteplici e molto diverse tra loro per stile e periodo. Dalla costruenda nuova Torre Faro A2A, un tronco di cono alto oltre 140 metri progettato da ACPV Architects e visibile oltre Fondazione Prada, agli edifici museali che compongono il polo della stessa Fondazione, con i magazzini bassi della ex distilleria dei primi del Novecento, l’iconico edificio “Torre” rivestito in vernice in oro e la torre in cemento bianco di Heidelberg Materials di Red Koolhaas del 2018. L’uso del bianco e nero toglie la distrazione del colore che caratterizza la maggior parte degli stabili ritratti e aiuta l’occhio dell’osservatore a concentrarsi sulla galleria dei volumi e delle diverse forme delle architetture mentre la presenza umana in primo piano incerniera e connette l’ambiente in cui sono collocate le costruzioni.
Milano, vista da piazza Gae Aulenti. La città di Milano alle 9:30 di mattina è una distesa di linee spezzate e curve, edifici che si allungano a perdita d’occhi verso l’orizzonte. La verticalità non è la nota dominante ma nei volumi che si intersecano senza soluzione di continuità emerge prepotente l’elemento umano che domina sul territorio. Le stratificazioni delle visuali e dei piani, come arterie di cemento e di vetro, sono espressione dell’abitativo e lavorativo che convivono modellando uno spazio emerso attorno a necessità di sviluppo economico. Come un formicaio che brulica di vite che si giustappongono e si intrecciano, le esistenze degli uomini che animano Milano scorrono in una coesistenza cresciuta con la città stessa.
Chiesa di San Giovanni Bono, Milano
Esempio di capolavoro brutalista realizzato da Arrigo Arrighetti nella seconda metà degli anni Sessanta, la chiesa è ritratta nella sua monumentale facciata. Un gigantesco triangolo in cemento armato alto 37 metri che svetta dominando il quartiere delle Barona a Milano in dialogo con un altro triangolo suggerito dalla fontana ai suoi piedi. Scelto da Canella per la sua geometricità in tensione verso l’alto, totalmente compreso nel suo ruolo di punto aggregativo per la comunità, l’edificio religioso non ha paura di essere quello che è: grande, imponente, di riferimento.
Ponte Adriatico, Bari. Scattata a partire dall’ingresso del cimitero storico, la fotografia accompagna lo sguardo dell’osservatore che dal basso della strada sale seguendo la verticalizzazione suggerita dai piloni e dai cipressi per volgersi verso gli stralli del Ponte Adriano, collegamento viario tra la Fiera del Levante e il quartiere popolare di Poggifranco. L’attenzione è tutta dedicata alle strutture che sorreggono il ponte, le coste e i triangoli che ne compongono lo scheletro sotterraneo insieme alle colonne. Il ponte non ha una meta e si perde nel cielo bianco dell’orizzonte mentre la figura umana in primo piano funge nuovamente da raccordo tra gli elementi.
Stadio San Nicola, Bari. Lo stadio di San Nicola a Bari, opera di Renzo Piano, fa da sfondo alle spoglie di un grande trullo diroccato, elemento connotante la terra di Puglia che nel tempo ha abbracciato nuovi stili di vita lasciando il passato al suo destino. Come in altri scatti, l’immagine si compone usando ambiente, cemento e figura umana, i tre elementi classici della fotografia di Canella. La presenza pesante, quasi teatrale del trullo è bilanciata ancora una volta dall’uomo in primo piano che funge da raccordo tra il grande stadio di sfondo e il rudere in primo piano nello scatto. Il trullo è dominato dallo stadio, come uno spazio privato che ha ceduto il passo a un luogo di comunità moderno e corale.
Porto di Bari, Bari
Realizzato al tramonto nel porto di Bari, lo scatto è dominato da un silo alto 32 metri di cemento decorato dal lavoro dello street artist Guido van Helten che nel 2024 è stato chiamato dalla città pugliese a eseguire una monumentale opera di celebrazione della storia millenaria di Bari. La fotografia si concentra sul dettaglio dell’opera realizzata sulle antiche strutture di stoccaggio ritraendo il volto umano di un pescatore le cui rughe d’espressione raccontano di una umanità intera evocata attraverso il lavoro.





