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Architetti e/o ingegneri: Torino 1890
Elena Dellapiana


La prima Esposizione italiana di Architettura che si è tenuta a Torino nel 1890, diviene l'occasione di una generale riflessione su due temi centrali per la cultura architettonica italiana: da una parte un bilancio sulla produzione corrente, all'altra, in modo meno esplicito, sui destini di una professione che rimbalzava tra paternità diverse: architetti e ingegneri.
Sono anni in cui si esprime forte preoccupazione sul ruolo preponderante dell'aspetto tecnico della professione, fino dalla prima edizione dei Congressi degli ingegneri e architetti che si era tenuto a Milano nel 1872, in contemporanea con il secondo Congresso Artistico con il quale aveva condiviso la sezione "Architettura", proprio in considerazione della doppia anima della professione. In quell'occasione Camillo Boito aveva portato tenacemente avanti la causa dell'insegnamento dell'architettura nella duplice sede Beaux-Arts, Istituto Tecnico, per la doppia competenza artistica e tecnica che deve avere l'architetto, poiché «l'edificio deve uscire armato di tutto punto dal cervello dell'architetto: la fantasia deve bilanciare il giudizio; il bello deve andare a braccetto con l'utile».
Se Boito nel dualismo pendeva decisamente per il cotè artistico, i fatti intercorsi di lì all'esposizione torinese, sembrano non dargli troppo ragione, anche se non sarà il solo insoddisfatto.
Il commento all'esposizione torinese, che vede più di 10000 disegni esposti, più di 650 espositori suddivisi tra enti pubblici e governativi, municipi, soprintentenze e progettisti singoli, si muove tra due attori che in qualche modo rappresentano le due anime della pratica architettonica: nuovamente Boito, oramai «felice patriarca degli architetti italiani» e Daniele Donghi, ingegnere, funzionario presso l'ufficio tecnico del comune di Torino, autore di molti edifici pubblici nella ex capitale professionista in una fase cruciale della sua carriera che lo avrebbe portato a iniziare la monumentale opera del Manuale dell'architetto...



I progetti e le opere. La prima esposizione italiana di architettura.
Francesco Ceccarelli


Per la generazione di progettisti che si era formata nei primi decenni dell'Italia post unitaria, l'esposizione torinese di architettura del 1890 fu occasione per più di un confronto su  esperienze comuni, eppure spesso distanti per linguaggio, modelli stilistici e contesti di riferimento. Il successo stesso della manifestazione fu raggiunto proprio grazie a quel principio di visione compendiaria che mosse i promotori dell'iniziativa indirizzando le loro scelte, volte a sollecitare il più ampio paragone tra i diversi approcci a comuni problemi. Fu soprattutto il desiderio di documentare diffusamente e in dettaglio lo stato dell'architettura contemporanea e delle tecniche ad essa sottese, che contrassegnò quella rassegna così originale e mai più ripetuta, di migliaia di disegni, modelli e pubblicazioni posti a confronto.
Pur tra le tante difficoltà organizzative, che comportarono anche imbarazzanti ricadute logistiche e defezioni clamorose (quelle di Basile e di Beltrami, ad esempio) tra coloro che non riuscirono a produrre in tempo utile le tavole richieste, l'esposizione riuscì comunque a delineare le coordinate di una geografia culturale, artistica e progettuale di largo spettro, che testimoniò le aspirazioni ideali e gli indirizzi concretamente operativi dei tanti protagonisti, ingegneri e architetti, di una stagione di rinnovato sviluppo urbano e altrettanto intenso progresso tecnico.
L'esposizione venne suddivisa in quattro divisioni: la prima riguardava l'architettura ed era a sua volta ripartita in due sezioni, quella di arte antica (rilievi e restauri) e quella di arte moderna (progetti ed opere). Seguivano poi la divisione riguardante le industrie artistiche, quella sulle pubblicazioni di architettura (storia, didattica, critica e fotografia) e quella sulla edilizia cittadina cui toccava di documentare i piani di risanamento, quelli di espansione, i regolamenti edilizi, ecc. Di queste, le ultime due vennero aperte anche alla competizione internazionale.
Nonostante il favore del pubblico, solo a una parte della manifestazione toccò il beneficio della pubblicazione, ovvero alla sezione moderna della divisione di architettura, che fu affidata alle cure di Daniele Donghi, allora giovane ingegnere-funzionario dal brillante curriculum accademico, vicino alle posizioni boitiane e largamente apprezzato dagli influenti membri del comitato esecutivo della manifestazione.

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