Brin 69 è l’intervento di riconversione di un capannone dei primi del ‘900 della ex industria metallica manifatturiera Mecfond nella parte est di Napoli. L’intervento, progettato dallo studio napoletano Vulcanica Architettura, è singolare per il contesto in cui si trova, per le sue dimensioni, per la felice consonanza tra il modo di fare impresa, con le relative esigenze imprenditoriali, e la visione dell’architettura, con l’attenzione ai luoghi della produzione e agli uomini che vi lavorano, per la responsabilità nei confronti del territorio e per i tempi di realizzazione.

(Photo by Paolo De Stefano)
(Photo by Paolo De Stefano)

Brin69 è, usando la definizione dei progettisti, un esempio di “agopuntura urbana”: un intervento che contiene un valore simbolico di riscatto sociale e un valore urbano come rivalutazione di un paesaggio ex industriale inserito in un territorio complesso – pur trattandosi di un’area industriale dismessa, siamo infatti a ridosso del centro cittadino e del mare – oltre all’attenzione alla specificità del luogo e alla sostenibilità ambientale.
L’edificio è lungo quasi 250 metri, largo circa 40, con un’altezza di 22 metri al colmo più alto delle due navate di cui è costituito; complessivamente il volume totale dell’intervento è di 110.000 metri cubi, 27.000 metri quadrati complessivi di superficie, oltre 15.000 metri quadrati fra parcheggi e sistemazioni esterne.
Obiettivo del progetto è la creazione di un’immagine nitida e forte, contemporanea, legata alla memoria del tempo (la fabbrica con il suo impianto geometrico rigoroso).

(Photo by Barbara Jodice)
(Photo by Barbara Jodice)

I nuovi volumi, trasparenti in direzione della città storica e opachi, in rete metallica, verso la città industriale, sono sospesi e attraversano la griglia strutturale preesistente a differenti quote, oltrepassando le facciate e svelando cosi all’esterno l’interno dell’architettura.
Il complesso si articola su quattro livelli: la quota stradale ospita funzioni commerciali; il primo piano il suolo artificiale della galleria aperta comune su cui affacciano le funzioni terziarie; i doppi livelli superiori sono organizzati con gli uffici flessibili per posizione e forma (per un totale di 75) con ampie viste sul paesaggio urbano (il centro di Napoli è poco distante) e naturale (il Vesuvio e il mare) e un’abbondante illuminazione naturale. All’interno del corpo terminale si dispongono i parcheggi su tre livelli a completare il disegno in pianta. Gli spazi commerciali e gli uffici sono connessi con la galleria aperta: percorsi in quota e ponti trasparenti e sospesi attraversano lo spazio centrale e permettono la vista sull’atrio.

(Photo by Vulcanica Architettura)
(Photo by Vulcanica Architettura)

La struttura portante originaria, di acciaio, con pilastri reticolari e capriate di copertura, è stata recuperata, verniciata per donarle nuova vita e adeguata ai requisiti antincendio. A quello preesistente è stato poi affiancato un ulteriore sistema strutturale, composto da elementi sempre di acciaio, in modo da consentire l’adeguamento sismico e il soddisfacimento statico delle esigenze derivanti dai nuovi volumi edificati.
Il sistema di copertura è realizzato in pannelli metallici poggianti su lamiere grecate di acciaio. Le pareti di tamponamento opache sono costituite da sistemi stratificati a secco, con rivestimenti in lamiera metallica o pannelli in rete stirata di alluminio e acciaio inox.

(Photo by Paolo De Stefano)
(Photo by Paolo De Stefano)

Per un progetto voluto fin dalle prime fasi della sua ideazione dichiaratamente sostenibile si è scelto di rendere permeabile la costruzione, esaltare la qualità dell’aria circolante e utilizzare le coperture per captare luce e acqua. Lungo la galleria aperta si snoda un nuovo paesaggio naturale che prevede un giardino pensile con alberi d’alto fusto; l’acqua, la luce solare e la ventilazione natural, assicurano una situazione climatica interna salubre e confortevole.
L’edificio, inserito in una periferia industriale che aveva divorato le superfici verdi allontanandole sempre di più dalla città, ora accoglie al proprio interno, nella grande galleria a cielo aperto, la natura (non un mero abbellimento, bensì un tentativo di denuncia dei precedenti interventi): quasi 1000 metri quadrati di verde e d’acqua. Si tratta di specie con foglie a superficie larga, grazie alla quale assorbono sostanze tossiche, assimilano monossido di carbonio (come la Bryophyllum pinnata), biossido d’azoto e anidride solforosa, combattono le polveri sottili, il benzene (come la Dracena Deremensis impiegata perché in grado di eliminare circa 50 mg di benzene), i vapori chimici, gli ossidi di azoto (come lo Scindapsus aureus) e le polveri sottili (come lo Spathiphyllum).


Altrettanti accorgimenti sono stati adottati ricorrendo all’impiego di vasche d’acqua per la raccolta dell’acqua piovana, che contribuiscono a mitigare le condizioni climatiche interne fortemente condizionate dalla cospicua presenza di superfici vetrate. Aperture localizzate consentono inoltre l’innescamento della ventilazione naturale, incrementata dalla notevole altezza della struttura (che raggiunge al colmo più alto i 22 metri), sormontata a sua volta da dispositivi per la captazione di energia solare.
Dal punto di vista impiantistico, sono state adottate differenti soluzioni in base alle destinazioni d’uso dei locali:  impianto di climatizzazione estiva/invernale a fan coil e aria primaria negli uffici e negli open spaces con possibilità di raffrescamento, impianto di riscaldamento con pavimento radiante con estrazione dell’aria nei locali wc, impianto di raffrescamento nei locali CED.

(Photo by Vulcanica Architettura)
(Photo by Vulcanica Architettura)
Questo articolo è tratto da Arketipo n.99 - Gennaio/Febbraio 2016 - RECUPERO.
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