L'insegnamento di Nicola
Pagliara

Intervista a cura di Giovanni
Leoni

 
 
Nicola
Pagliara

Carlo Scarpa diceva: "... io sono un architetto bizantino,
vengo dall'Oriente, sono passato per la Grecia e approdato a Venezia". Il mio
percorso è simile; innanzi tutto perché per me, Carlo Scarpa, è sempre stato un
riferimento fondamentale, al centro dei miei interessi ancora prima di
laurearmi. Ma se anch'io vengo da lontano, ho subito rispetto al suo percorso
una piccola deviazione: da Oriente, ho attraversato la Grecia poi sono approdato
sulle rive del Danubio e mi sono fermato nella mitteleuropa, non a Venezia. Del
resto per me era facile, vivevo a Trieste e le persone che frequentavano casa,
ad esempio i fidanzati delle mie sorelle, erano viennesi o bosniaci. Dalla
matrice viennese, dalla scuola di Wagner e dalla sua evoluzione in Italia e nel
resto dell'Europa occidentale, sono poi approdato al Futurismo; vi sono arrivato
dalla matrice giusta, a mio parere. E' un percorso che ho condiviso con i miei
allievi, i presenti e altri cinque o sei assistenti che mi sono stati a fianco
negli anni migliori e più intensi...

Sandro Raffone
Ho conosciuto Pagliara alla fine degli
anni Sessanta - un periodo in cui era difficile parlare di architettura -
tramite una pubblicazione della "casa in pietra" a Santa Maria di Castellabate.
In seguito conobbi la persona e feci l'esperienza - all'epoca eversiva perché
non obbligatoria - di "composizione V" che mise ordine alla mia grande
confusione. Divenni suo allievo, amico e poi assistente alla scuola e in studio.
Mi ero iscritto in facoltà col solo mito di Wright e in Pagliara avevo
individuato una figura che meglio incarnava l'esuberanza e l'espressività
wrightiane. Ma il suo aiuto fu di segno esattamente opposto. Mi fece comprendere
il mio vero carattere e le mie propensioni, arrivando a dirmi - ciò che
consideravo quasi un'ingiuria -: "Sandro, tu sei un razionale". Era la verità e
nella griglia amplissima dei suoi interessi ho assimilato un riferimento che mai
avrei pensato di poter eleggere a guida e che mi avrebbe fornito solidi
anticorpi per resistere alle mode, ovvero Adolf Loos. La scoperta non solo di
una figura, ma di una famiglia, diciamo quella a cui appartengono Ictino,
Alberti, Palladio, Le Corbusier e Mies, mi ha consentito di ritagliare ambiti di
interesse adeguati alle mie possibilità. Soprattutto un metodo che mi ha portato
a trasformare i limiti in vantaggi, a trovare la mia identità evitando il
rischio, che esiste nel rapporto con una personalità forte, di essere non tanto
allievo quanto epigono...

Giovanni Di
Domenico
 


 
Tempo fa,
sistemando vecchie carte, ho ritrovato alcuni schizzi che Pagliara mi fece
quando, ancora studente, ebbi incarico di realizzare una piccola cappella
funeraria. Alla mia richiesta di consiglio ed aiuto non fece schizzi di una
possibile soluzione ma del meccanismo fondamentale di costruzione della
architettura, a partire dagli elementi funzionali nello spazio, passando al modo
di reggerli, fino al movimento dell'uomo verso di essi e tra essi. In poco meno
di dieci minuti quel ragazzone dalla barba rossa (la cui immagine resterà sempre
nel mio cuore) mi insegnò l'essenziale per un architetto (a tenere insieme forma
funzione e struttura, ossia i molteplici elementi dell'architettura in una forma
mai perseguita come tale). Questo metodo (che per me è il metodo
dell'architettura tout-court) offre, poi, una estrema libertà mentale e libera
dall'ossessione della forma, intesa sempre come elemento di sintesi e mai come
punto di partenza o obbiettivo di per sé. Il progetto è per me da allora
conseguenza e frutto di una avventura intellettuale, di una scoperta: è il
governo, o la meraviglia, la testimonianza di un processo in cui l'edificio si
forma, di cui l'architetto è, per alcuni versi, più che altro il tramite. Il
compito fondamentale dell'architetto è far si che l'oggetto, la situazione, il
luogo divengano, man mano, se stessi, in un movimento dall'interno verso
l'esterno, giungendo infine a forma compiuta...

Paolo Giardiello
La libertà di apprendere si è tradotta
soprattutto nella libertà di guardare l'architettura, forse il primo tra i suoi
insegnamenti: guardare e capire l'architettura, rimanere immensamente
affascinati da ciò che l'architettura trasmette, al primo impatto, per la sua
fisicità. Pagliara ha insegnato a innamorarsi di ciò che si vede, per subito
smontare l'architettura e in tal modo comprenderla, entrando nella sua concreta
esistenza. Un atteggiamento che consente di muoversi liberamente nella storia,
di passare da Michelangelo alle Piramidi, alla architettura contemporanea,
perché la comprensione profonda delle ragioni del fare annulla le differenze
della storia, del tempo, delle diverse personalità architettoniche. I nostri
docenti di storia erano di ottimo livello, basti pensare a Renato de Fusco, ci
offrivano impeccabili schematizzazioni per studiare la storia, decodificarla e
catalogarla; ma nessuno strumento per fare l'architettura. L'insegnamento di
Pagliara era, al riguardo, unico e insostituibile. Come diceva Di Domenico,
quando ci accingiamo al progetto, a realizzare l'architettura, non sappiamo
quale sarà la forma finale, ma siamo certi della metodologia, conosciamo la
strada che ci porterà alla soluzione muovendo da dati oggettivi. Ottenuto
l'insegnamento a comprendere il farsi della architettura, il perché dietro i
segni e i linguaggi, è stato facile non rimanere condizionati e distrutti dalla
grande meraviglia dai segni prodotti dallo stesso Pagliara, impossibili da
replicare.

Nicola Flora
Quella condizione nebulosa nella quale
vivevamo ( ... ma cosa vuol dire fare l'architetto? Da dove si parte per il
progetto?... ) incominciò a chiarirsi fino da quella lezione di inizio corso.
Era il 1983 e Pagliara sostanzialmente disse che un architetto non è un artista,
un personaggio pieno di idee fantasiose, e che lui stesso non aveva in mente
nulla fin tanto che non si presentava una richiesta precisa da parte di un
committente da calarsi in un luogo fisico preciso. Fu una vera liberazione, per
la prima volta pensammo che forse ce l'avremmo fatta. Capimmo che avevamo
trovato chi avrebbe portato per mano sulla via del progetto, una voce chiara che
ci avrebbe aiutato a trovare la strada. E non siamo stati traditi!
Oggi,
quando mi trovo a fare lezione in facoltà o a correggere il lavoro degli
studenti, mi ritorna sempre in mente quel senso di pace che provai a quelle
parole, e cerco sempre di passarla ai miei studenti: l'architettura, ricordo
loro, è un processo, l'opera è il risultato e il frutto di tempo e lavoro
intorno ai dati del tema; e tanto la conoscenza disciplinare quanto quella
extradisciplinare hanno il ruolo di aiutare a scavare dentro i dati stessi del
tema. La soluzione è lì dentro, e la si trova nel tempo. E' a portata di
ciascuno, solo che la si voglia davvero cercare.