Casa Cepece-Venanzi


 
Cimitero di Ortona

Vorrei provare a raccontare il mio lavoro partendo da due affermazioni
semplici (mi scuso in anticipo):
1 l'architettura nasce da idee (non da
figure. La figura ne è semplicemente il risultato, il risultato della messa in
scena delle idee).
Intorno a questa semplice riaffermazione del primato del
pensiero sulla figura la ricerca dello studio si orienta e si misura con i temi
a cui il territorio contemporaneo, ibrido e molteplice, chiede
risposta.
Spesso si tratta di temi "deboli" spuri (non ci sono case sulla
cascata o nuovi Guggenheim da progettare) che chiedono di affondare le mani nel
corpus della disciplina come servizio collettivo "necessario".
2 gli
architetti fanno architetture (spazi? ambiti?).
Non ci sono scorciatoie,
dobbiamo "fare" architetture (spazi).
Per "fare" intendo che sia nelle teorie
(i pensieri che stanno prima dell'azione e che ne informano i contenuti) che nei
progetti il dna di entrambi deve contenere i geni propri della disciplina
architettonica (spazio, relazioni, geometrie, materiali, -
sensazioni...).
Comunichiamo attraverso questa produzione, le architetture
come sintesi del complesso intreccio e sedimentarsi di amori, conoscenze,
desideri.
Di tanto in tanto torno a "leggere" i disegni di Piranesi o di
Sant'Elia, metto in parte i miei pensieri con le loro figurazioni, le idee sono
già tutte là, aspettano soltanto di essere "viste" per varcare il confine tra
disegno e realtà; nel mezzo c'è l'architettura.