Analisi – Gli eventi sono diventati un'occasione per sfoggiare l'attenzione ambientale, ma non sempre regna la coerenza

Da mia madre ho imparato a spegnere sempre la luce uscendo da una stanza e anche ottime ricette gastronomiche utilizzando gli avanzi del giorno precedente. Per i pic-nic usavamo piatti in melammina che si lavavano e riutilizzavano e, sebbene benestanti, noi bambini vestivamo abitualmente gli abiti smessi dei fratelli o cuginetti maggiori.
Come per molti coetanei nati negli anni '50, i concetti di risparmio energetico e di eco-sostenibilità fanno parte della mia cultura; anche se in modo naif e non cosciente, mi hanno accompagnato nella crescita e sono radicati nel mio stile di vita, molto prima che la terminologia “green” diventasse di tendenza.

Prima del boom degli anni '60 e degli sprechi “edonistici” del ventennio successivo, il risparmio - in tutte le sue forme - e il rispetto per la natura, erano valori condivisi tra tutti, senza necessariamente voler essere politicamente corretti.
Essere parsimonioso era considerato una virtù, ma questo non significava la rincorsa al low cost a svantaggio della qualità, l'idea di “usa e getta” non era prevista e anzi il detto “chi più spende meno spende” echeggiava frequente nelle conversazioni quotidiane.
Con questo back-ground e con occhi forse un po' troppo severi, mi guardo intorno durante il design week milanese, splendido e coinvolgente momento di socializzazione e comunione della cultura del design, in cerca di maggiore coerenza sui temi legati all'eco sostenibilità.

É certo apprezzabile che molti degli eventi del Fuorisalone abbiano posto l'attenzione su quest'argomento (il percorso Best-Up o Think Thank, solo per citarne un paio), ma non si tratterà troppo spesso di mere operazioni di marketing? Il green fa presa sul pubblico e bio/eco-sostenibilità, sono parole abusate in ogni situazione: il timore è che ci si trovi di fronte a una moda. Proprio su quest'aspetto ha focalizzato l'attenzione “Evergreen, la sostenibilità da moda effimera a scelta quotidiana”, evento del Fuorisalone organizzato dal magazine Ventiquattro presso la sede de Il Sole 24 Ore, dove Paola Antonelli, curatrice del dipartimento di Architettura e Design del MoMA di New York, ha evidenziato le ombre che si celano dietro alla volontà effettiva di salvare il pianeta.

L'attenzione dei designer verso la sostenibilità cresce per rispondere a un pubblico più attento ed evoluto, ma al tempo stesso è in atto una sorta di “sfruttamento” e sotto questa bandiera si stanno compiendo operazioni di lucro e affari meramente commerciali.
È una situazione confusa: i designer più sensibili pensano al ciclo di vita completo del prodotto e le aziende iniziano a dichiarare la riciclabilità dei prodotti, mentre si fa strada l'idea che forse esistono già troppi oggetti inutili e abbiamo il dovere di produrre oggetti destinati a durare a lungo. Il mio sguardo “severo” si sofferma su qualche piccolo, ma non insignificante dettaglio che mette in risalto l'incoerenza della grande kermesse del design: cerco di quantificare gli scarti prodotti dalle confezioni di plastica del cibo utilizzato nei numerosi party.

Alla fine della conferenza di Assufficio che si è svolta al Salone, osservo le tanto belle quanto inutili scatole in plexiglass che contenevano il pranzo, vuote sul lungo tavolo, e incapace di rassegnarmi a tanto spreco, confesso di aver preso anche quella abbandonata dal mio vicino.
Solo qualche giorno dopo la fine del Salone, il 22 aprile, si celebra l'Earth Day 2010 a Impatto Zero e io guardo affranta la quantità incredibile di lussuosissimi inviti realizzati con i più costosi cartoncini, i materiali più disparati e le tecniche di stampa più inedite accatastati sulla scrivania e le preziose scatole in plexiglass che dovranno finire nel cassonetto. Ho solo un dubbio: sacco giallo della plastica o nero del generico?

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