Recuperi – Una struttura di vetro, accostata ai muri di mattoni dell'ex fabbrica Lamot a Mechelen (Fiandre), crea un taglio architettonico che simboleggia il dialogo tra passato e presente

La conversione in centro culturale dell'antica birreria Lamot a Mechelen, nelle Fiandre meridionali, è il risultato di un lungo dibattito che si è sviluppato per proteggere il suo valore simbolico e trasformarlo in un nuovo fulcro vitale della città. Bisogna risalire al 1995, quando la ricollocazione delle attività produttive della famosa birreria, causata da motivi logistici e dall'impossibilità di subire futuri ampliamenti, ha reso disponibile alla città questo manufatto, segno del suo passato industriale. Sull'edificio era facile leggere il passaggio del tempo: la struttura fisica si presentava fatiscente, frutto di continue demolizioni e ricostruzioni, e caratterizzata dall'addizione di volumi e spazi funzionali che, dal 1920, le esigenze produttive della birreria avevano richiesto.

Tra conservazione e mutamento
Il gigante ingombrante, posto nel centro del paese sulla riva del fiume Dijle, richiedeva un progetto complesso, una riflessione sul rapporto tra la forma e il contenuto dell'edificio, tra il riferimento alla storia della città e il suo nuovo programma funzionale. Lo studio Architektenkooperatief ha firmato il layout e il progetto esecutivo; tre giovani architetti belgi, il cui nome allude alle coordinate geografiche di Bruxelles - 51N4E - sono stati coinvolti per l'approfondimento del programma e lo studio della scenografia dell'auditorium. I progettisti, inizialmente combattuti tra le esigenze di conservazione e quelle di mutamento, hanno selezionato le parti da conservare, eliminato il ridondante e integrato nuovi corpi quando necessario.

Hanno così deciso di mantenere e consolidare solo il corpo principale, che ospitava le grandi cisterne per la maturazione della birra, e i silos per il deposito dei cereali, progettando ex novo l'angolo tra il fiume e il molo Haverwerf. In questo processo selettivo, i protagonisti dell'intervento hanno cercato d'interpretare il messaggio dell'edificio, elemento importante della memoria collettiva della città, orientandosi verso una vera e propria trasformazione che rinnega la semplice mummificazione delle forme preesistenti. Alle austere cortine edilizie di mattoni, si affianca la nuova architettura completamente vetrata dell'auditorium. Le due costruzioni s'integrano perfettamente, formando il Centro culturale Lamot. Il luminoso corpo vetrato, attraverso cui s'intravede il piano inclinato dell'auditorium e la monumentale struttura di conglomerato cementizio armato, annuncia che la costruzione industriale si è trasformata in uno spazio pubblico.

Una frattura nel tempo
Il fulcro del progetto è il primo piano, una sorta di piano nobile cui si accede con un'ampia scala a rampa, dritta attraverso un foro praticato nel solaio, che simula una lacerazione irregolare. La superficie libera di questo livello rappresenta una vera e propria piazza coperta di 1300 metri quadrati che, all'occorrenza, può essere suddivisa in due spazi polifunzionali; è delimitata da facciate vetrate, concepite come un taglio effettuato all'interno delle preesistenti pareti di mattoni. Questa scelta tecnica, dettata anche dalla necessità di fornire un'illuminazione naturale, è forse l'elemento più importante del progetto: segna una frattura per evidenziare il passaggio del tempo. La cesura scopre l'originaria struttura di conglomerato cementizio e rende monumentali le parti conservate, caratterizzate dalla tessitura dei mattoni color malva, prodotti a mano nelle fornaci di Maaseik.

Gli spazi culturali
Le ampie facciate vetrate consentono ai progettisti di esprimersi con il linguaggio e le tecnologie attuali, che distinguono chiaramente il manufatto del passato dall'architettura odierna, entrambi legati dall'autenticità del proprio momento storico. A questo piano si aggiungono altri livelli: il piano terra e il mezzanino contengono gli spazi commerciali a diretto contatto con la città, un caffè, un ristorante e una piccola birreria. Il terzo piano, cui si accede attraverso una scala a sbalzo lungo la parete che costeggia il fiume, ospita gli spazi culturali, che costituiscono per i progettisti la massa critica dell'intervento.

Sopra la piazza coperta di Mechelen Centraal, si trovano due grandi sale polifunzionali per congressi ed esposizioni: una nera, illuminata con luce artificiale e, all'ultimo piano, una bianca, illuminata dalla luce zenitale attraverso due lucernari posti in copertura. Qui è stata ricavata una terrazza pubblica da cui si gode una magnifica vista della città. Il progetto di riconversione è qui inteso come un atto in grado di modificare e interpretare i valori e i significati che l'opera è andata assumendo nel tempo. Solo dall'incontro tra un involucro vecchio e l'attenta interpretazione delle nuove esigenze, può nascere un progetto che non si pone come l'ennesima sovrapposizione, ma come sintesi costruttiva e architettonica.

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