d'Architettura
Terremoto 1980
Appunti di un viaggio nella
ricostruzione
Pasquale Belfiore

   Si partì
bene con i programmi di ricostruzione dopo il terremoto del 23 novembre 1980;
per essi si trovò anche un titolo evocativo dello spirito che li doveva animare:
la seconda ricostruzione, dopo quella seguita alla fine della guerra. Si partì
bene per le aree interne dell'Irpinia - le più colpite dalla tragedia, le più
abbisognevoli di prospettive per il futuro ancor prima che di progetti - con il
documento del gruppo di Manlio Rossi Doria che forniva le coordinate politiche
dell'intervento: ricostruzione e industrializzazione, per conseguire sviluppo,
per avviare a soluzione la stessa questione meridionale. Quasi un sillogismo,
con qualche dubbio sulla scelta della industrializzazione quale motore dello
sviluppo.

   Si partì bene per Napoli e la sua area
metropolitana - cuore 'difficile' della ricostruzione che qui doveva
confrontarsi con mali sempiterni - decidendo di costruire nel costruito, di
costruire attrezzature e servizi ancor prima che case, di recuperare tessuti
storici dimenticati, soprattutto nelle periferie. Scelta inedita per una città
incline allo spreco. Un vasto programma di "manutenzione urbana" lo definì, con
esemplare understatement professionale, il suo ispiratore Vezio De Lucia.

   Tuttavia, il bilancio della ricostruzione non è
esaltante, ma non è neppure una delle tante occasioni perdute nella controversa
storia del meridionalismo italiano e della sua capitale

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