d'Architettura 22
Vito
Sangirardi / Bari

di Francesco Gismondi, Emanuela Sorbo
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fotografie di Alberto Muciaccia

Francesco Gismondi
Vito
Sangirardi nasce a Palo del Colle il 2 novembre del 1909. Nel 1930 si
trasferisce a Napoli per iscriversi all'Accademia di Belle Arti, dove consegue
il diploma con la specializzazione in pittura. In seguito, nel 1934, si iscrive
alla facoltà di architettura della Reale Università ottenendo, nel 1939, il
titolo di Architetto. Svolge la professione nella sua regione d'origine, con
particolare attenzione alle vicende che interessano il territorio di Bari, anche
ricoprendo per un lungo periodo la carica di presidente dell'ordine provinciale.
Muore nel 1999 dopo un'intensa attività professionale che lo ha visto impegnato
nella realizzazione di diverse tipologie edilizie. Con grande duttilità ed
unitarietà di espressione, Sangirardi passa dalla realizzazione di istituti
religiosi, a edifici per abitazione plurifamiliari, da ville a fabbricati per
uffici, da ospedali a padiglioni fieristici.
In tutti gli aspetti,
progettuali e realizzativi, la sua opera è contraddistinta dalla ricerca di un
linguaggio architettonico basato sull'approfondimento del progetto sino al
dettaglio più minuto: i suoi manufatti si riconoscono e apprezzano a una
percezione ravvicinata che ne evidenzia la qualità consentendo di scoprire la
notevole quantità di invenzioni messe in atto per risolvere ogni accostamento di
materiale e composizione di piani e di volumi ...

Emanuela
Sorbo

Nel caso di Palazzo Sylos Labini il fronte di via Marchese di
Montrone, come anche il fronte su via Abate Gimma, conservano l'allineamento del
Quartiere Murattiano, dimostrando una eguale cura nella composizione e nella
ricchezza di particolari. Il loro incontro nell'angolo avviene attraverso un
alternarsi di logge e balconi di forma poligonale: i due pieni dei fronti si
smaterializzano rompendo la loro linearità e corporeità attraverso un'operazione
di parziale svuotamento, arricchita da un disegno singolare di andamento
poligonale che rimanda alla curvatura di un'unica linea di fronte. La soluzione,
conservando l'idea di compattezza dei palazzi ottocenteschi, ha il pregio di non
rompere la continuità del fronte e di garantire organicità alla composizione che
pure nella ricchezza delle singole parti non rompe l'unità del sistema.
L'operazione di parziale svuotamento dell'angolo è sottolineata attraverso un
espediente tecnico: le ringhiere non si fermano alla linea di estradosso dei
solai ma continuano, creando una veletta di copertura del piano sottostante
contrassegnato dal pieno del parapetto della loggia. L'alternarsi di pieno e
vuoto in verticale, il vuoto delle ringhiere e il pieno dei parapetti delle
logge, è basato su proporzioni raddoppiate: la stessa logica architettonica è
riproposta ogni due piani, come se due soluzioni architettoniche, distinte,
fossero alternate in sfalsamento di un piano; ciò consente di articolare
l'angolo e ottenere una impressione di slancio, ordine e leggerezza della
composizione, confermando tuttavia l'idea di unitarietà e compattezza
dell'intero sistema...

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