Vittorio Gregotti
Nell'attuale apparente equivalenza di pratiche mutevoli connesse soprattutto al principio dell'affondamento dentro l'ideologia dell'immagine non so se ha ancora senso parlare di scuole. Se con questa parola si intendono individuazioni di linguaggi e di stili, forse è più appropriato parlare di esercizi per ottenere successo nell'attuale sistema altamente competitivo che travalica l'architettura e si misura con il "design", la moda, i parrucchieri per signore, gli spot televisivi, ecc., ecc. Se invece si parla di principi e di metodi, la questione ancorché impopolare, diventa più complicata.
Complicato innanzitutto credere che i principi favoriscano e non contrastino, le libertà di invenzione, se si crede a quella che Amartya Sen definisce libertà positiva, cioè libertà come progetto e non come pura assenza di impedimenti.
Naturalmente parlo di principi che concernono la pratica artistica dell'architettura (sebbene io creda che essa non possa essere disgiunta dal quotidiano) e credere che per essa esista un nucleo, un centro, non eliminabile, e per questo aperto ed alimentato nei suoi confini dai problemi che la storia ci pone ed anzitutto la storia della nostra disciplina: e quelle dell'opera a cui stiamo lavorando che si costruisce insieme alle sue stesse regole.
Nei miei anni di insegnamento in Italia e fuori d'Italia ho cercato sempre di far fede a questi principi. Molti dei miei studenti italiani e stranieri sono poi passati nella nostra bottega: alcuni sono rimasti per molti anni e ad essi devono molti i risultati grandi e piccoli del mio lavoro. Credo di essere stato un buon professore perché ho sempre cercato di imparare dai miei allievi e dagli impulsi diversi delle successive generazioni.
Nell'anno 2000 ho anche pubblicato su questi argomenti un intero libro dal titolo Sulle orme di Palladio. Ragioni e pratiche dell'architettura che consiglio a chi ne vuole sapere di più sull'argomento delle scuole.




