Antonio Monestiroli
Federico Bucci, Massimo Ferrari, Carlo Moccia Raffaella Neri

Tutto  il materiale realtivo all'esposizione d'Architettura LABORATORIO ITALIA 2005 è presentato all'interno del portale www.floornature.it

Ricordo che quando ero un giovane architetto avevo tre questioni fra cui stabilire un nesso: l'impegno civile, inteso come volontà di costruire un mondo migliore, la scelta dei maestri da assumere e le forme del mio progetto.
Questo era il problema, non solo mio ma degli architetti miei coetanei: trovare il modo di collegare tra loro le tre questioni. Si discuteva di politica per un mondo migliore, dei maestri da seguire, dei primi tentativi fatti nei nostri progetti.

Antonio Monestiroli

La prima questione, quella dell'impegno, per me era la più importante, Come diceva Peter Oud, da giovani si bada ai problemi, da vecchi alle forme.  L'impegno si nutriva di tutto: dei giornali, della letteratura, della filosofia e naturalmente della politica attiva. Il desiderio più vero e profondo era quello di conoscere il mondo fuori di noi e di immaginarlo in una forma migliore.
Via via prendevamo coscienza che la costruzione era una forma di conoscenza del mondo. Conoscenza e costruzione si confondevano fino a portarci a credere che la costruzione altro non fosse che la definizione dell'identità delle cose. E' come "arrivare in un luogo incantato di cui non si sa niente". Lo si conosce non tanto contemplandolo ma costruendolo e ricostruendolo in modi diversi per definirne l'identità. Secondo Cezànne l'arte fa proprio questo.
La conoscenza del mondo come costruzione è un tema caro a Schelling ("Ogni costruzione è rappresentazione delle cose come sono in sé " diceva Schelling) e per me giovane scoprire che il mondo si fa conoscere attraverso la costruzione, (l'atto della costruzione) è stata una vera e propria rivelazione.
Una buona scuola d'architettura dovrebbe arrivare a questo punto della formazione e quando un giovane scopre questa sua potenzialità (si può dire questa sua potenza) deve trovare a tutti i costi il modo di metterla in opera.
Qui il secondo punto della questione: riconoscere i maestri. Che vuol dire scoprire nel lavoro di altri (i maestri) il meccanismo della costruzione dell'opera.
Avendo davanti agli occhi un risultato possibile si crea un cortocircuito che rende   immediatamente riconoscibile il passaggio dalla formazione dell'idea alla costruzione dell'opera. Il passaggio dall'idea all'opera è come un volteggio, lo si può descrivere in molti modi ma lo si impara solo vedendolo fare da qualcuno più bravo di noi.
La scelta dei maestri è difficile. Ancor più difficile è trovarli in tempi lontani dai nostri. Più facile trovarli vicino a noi, più facile ancora prendere dai maestri il risultato della loro ricerca anche se ciò ci dà solo l'illusione di avere imparato a fare il volteggio.
Il passaggio dall'idea alla forma è stato compiuto innumerevoli volte nella storia, da architetti antichi e moderni con maggiore o minore abilità ma sempre in modo originale. I veri maestri (quelli che servono) spiegano che il passaggio va compiuto ogni volta come se fosse la prima volta che lo si compie, altrimenti è fatica sprecata.
Guardando una piccola casa di Mies (uno dei maestri) si riconosce in essa un modo di vivere e di abitare, un modo di "stare al mondo" come direbbe lui stesso; nelle sue case "riecheggia il suono di antiche canzoni ". Il piacere che ne deriva dipende tutto da quell'eco. E questa è l'altra cosa che va imparata da giovani: che quando la forma ci ha fatto riconoscere ciò di cui è portatrice (quando ha svolto il suo compito) si deve ritrarre. E' Sant'Agostino a ricordarci che di un discorso bisogna apprezzare la verità e non le parole.
Pensiamo a tutte le opere di architettura classica, dal Partenone alla Nationalgalerie di Mies a Berlino: le loro forme sono perfette fino a farsi dimenticare perché prive di quell'accidentalità che richiama su di sè l'attenzione. Quel che resta delle grandi opere della classicità è l'idea che le ha prodotte, che le forme rendono riconoscibile.
Francesco Dal Co scrive che la Nationalgalerie di Mies è il Partenone del XX secolo. Chi lo sa. E' certamente un'opera che spazza via tutti i partenoni di cartapesta costruiti nel tempo da chi dal Partenone è stato accecato. Mies ha accolto la sfida e ha costruito il suo   tempio in ferro e vetro.

I maestri ci conducono sulla soglia del loro laboratorio, a volte, ma non sempre, ci fanno entrare e ci spiegano i trucchi del loro mestiere. Le loro opere saranno il paragone delle nostre  ma a un certo punto ci lasciano soli. Non ci aiutano a render chiara l'idea che le nostre forme dovranno mettere in scena. Dai maestri impariamo a compiere il passaggio dall'idea alla forma ma nessuno potrà mai aiutarci a definire l'idea che noi vogliamo rendere riconoscibile. Questa dipende da noi e dal nostro rapporto con il mondo in cui viviamo, dalla nostra intelligenza e dalla nostra formazione. Solo se noi saremo veramente interessati a conoscere il mondo esterno potremo sapere  "cosa" costruire con la nostra architettura.
Ed eccoci al terzo punto della triangolazione che riguarda la scelta delle forme del nostro progetto. Paradossalmente questa è la parte più facile del procedimento. A due condizioni: la prima che le forme proposte siano la risposta a domande ben fondate, che sia chiaro cioè "cosa" costruiscono, la seconda che non si pretenda di essere riconosciuti come gli autori di quelle forme ma se ne voglia semplicemente mettere in risalto il senso.
Maggio 2005

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