Il senso della misura
Un'opera di Alvaro Siza a Napoli

Paolo Giardiello


 

Il MADRE, Museo d'Arte di Donna Regina a Napoli, è oggi sostanzialmente un cantiere dove si lavora animatamente in vista dell'apertura, che avverrà entro la fine dell'anno, della maggior parte degli ampi spazi di cui dispone. Ciò che attualmente è visitabile - l'ingresso, le sale al piano terra e il primo piano con le affascinanti istallazioni permanenti - rappresenta solo una piccola porzione rispetto al progetto complessivo di recupero e museificazione di questo significativo insieme edilizio del centro antico della città.
Difficile pertanto descrivere il museo nella sua interezza, impossibile esprimere considerazioni o raccontare sensazioni su ciò che attualmente non è terminato, poiché solo quando sarà integralmente aperto al pubblico si potranno leggere chiaramente l'intreccio dei percorsi, la sequenza degli spazi, il rapporto con le opere d'arte, le connessioni con il tessuto urbano.
Tuttavia, dal sopralluogo effettuato ma specialmente dai preziosi racconti e le attente descrizioni dell'architetto Daniela Antonini - socio dello studio DAZ di Napoli responsabile dell'esecuzione del progetto di Alvaro Siza - ci è stato possibile comprendere l'impostazione generale dell'opera e le intenzioni progettuali del maestro portoghese.
Come detto, si tratta del difficile recupero di un edificio storico, di rivitalizzazione, cioè, di strutture appartenenti a epoche diverse, fortemente compromesse nel tempo da continue alterazioni e dall'attribuzione di funzioni eterogenee non adatte alla morfologia dell'edificio e dei suoi spazi, spazi in cui Siza si è mosso, tra presenze di valore e zone fortemente degradate, con la curiosità di un esploratore, con lentezza e attenzione, con raffinata strategia e grande sensibilità.
Siza infatti, pur nutrendo un profondo rispetto per l'esistente, dimostra con la sua opera di avere a lungo interrogato le diverse stratificazioni della storia al fine di rintracciare un filo conduttore capace di risignificare l'intera fabbrica. Il maestro protoghese non stila una graduatoria di valore tra le parti da conservare e quelle su cui invece è possibile operare cambiamenti e adeguamenti, egli compie delle "scelte" legate alla ricerca del "senso" del nuovo progetto, sintesi ponderata tra valori presenti e nuovi significati aggiunti, necessaria trasformazione nel passaggio da funzioni obsolete alle attuali esigenze espositive. Alcune decisoni basilari del progetto pertanto - come il recupero del senso e dello spazio del cortile principale, l'organizzazione del flusso dei percorsi teso a connettere il fronte di via Settembrini con il cortile racchiuso tra via Loffredi e vico Donnaregina e l'utilizzo, del tutto inedito, di parte delle coperture, rappresentano le linee guida di un'idea di progetto, una sorta di "strategia" che si snoda e si concretizza attraverso infiniti minuti interventi puntuali, ognuno con la propria identità e specificità.
Quello che più conta, e che qui possiamo sottolineare, è quindi l'atteggiamento generale, che diviene regola compositiva e metodo progettuale, con il quale Siza individua le soluzioni e i relativi linguaggi espressivi più adatti al tema.
Si direbbe, a uno sguardo veloce e superficiale, che egli conferma la sua cifra stilistica, che utilizza con sicurezza il repertorio di soluzioni, proprio del suo fare, volto all'estrema semplicità del segno. Ma se la purezza e la rarefazione dei linguaggi adoperati da Siza nelle sue architetture, intese come progetti ex novo, non si connotano come un minimalismo ingenuo bensì come un sobrio e sofisticato equilibrio tra parti componenti l'organismo architettonico, in questo intervento invece, in cui è invitato a confrontarsi con preesistenze già fortemente connotate dalla somma di diversi stilemi, la rarefazione dei suoi segni e la semplicità delle parole adoperate divengono la ricerca, anzi la scelta, di una opportuna "misura", dell'equilibrio tra le parti e di materie capaci di unire anche episodi diversi.
Nel MADRE sembra quasi che Siza giochi a "levare" piuttosto che "aggiungere", a scoprire tra le pieghe dell'esistente più che sovrascrivere con nuove modalità espressive. Ma questo è quello che appare, o che l'architetto vuole che sembri, perchè poi nella realtà non è affatto così, la mano del maestro è ovunque, a volte anche con irriverente semplicità, nessun particolare o nodo strutturale sfugge al ridisegno dell'architetto, ed è solo il tono generale - appunto la "misura complessiva dell'intervento" - che non vuole sopraffare quanto piuttosto rivelare, riscoprire storie forse già narrate ma dimenticate tra la polvere del tempo.
E questo è quanto maggiormente si riesce a leggere dagli ambienti già terminati e intuire da quelli in via di completamento. Un estenuante lavoro di conessioni e ricuciture, di piccole invenzioni e soprendenti riletture dello spazio, il tutto ottenuto con pochi ed essenziali materiali: l'intonaco bianco che riunifica le mebrature murarie possenti con le sottili contropareti di cartongesso e la pietra con la quale caratterizza pavimenti e battiscopa. Tutto il resto è spazio, forma dell'interno e armonia dei volumi, dosaggio della luce naturale ed equilibrio delle luci artificiali, luoghi e sistemi per esporre e allestire, percorsi dove l'uomo è guidato con affettuosa precisione.
Il progetto di Siza forse lascerà delusi molti visitatori che non riusciranno a leggere lo sforzo immenso profuso dal progettista, ma è evidente che il suo intento è proprio quello di non apparire bensi di disvelare quanto già c'era, atteggiamento raro quanto esemplare che si distingue dagli altri rutilanti interventi da poco terminati nella città dove la presenza del moderno all'interno di edifici storici sfiora l'eccesso di protagonismo, dove il presente cioè, per farsi notare, ha sempre bisogno di alzare la voce rispetto al fitto chiacchiereccio della storia sedimentata.
Il MADRE invece si propone come un'opera dagli intenti chiari, un vero monito per una città che non deve interrompere la continuità della tradizione e che, nel contempo, non vuole essere sopraffatta dai vincoli di una visione ottusamente conservatrice del restauro. Ovviamente l'equilibrio e la sobrietà è di pochi, la pacatezza e la misura sono proprie di chi ha già dimostrato sul campo, e con i fatti, il proprio valore, ed è per questo che per una città che vuole guardare con speranza al proprio futuro è un bene riferirisi all'esempio di tali maestri e rigettare l'ingenuo e scomposto fare di chi è desideroso di apparire sovrapponendosi senza mezzi o capacità al volto di un territorio già storicamente compromesso.

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