post evento – In occasione dell'edizione 2011 di Notte OAB abbiamo incontrato le tre protagoniste della conferenza "progettiste a confronto": Cecilia Puga, architetto di origine cilena; Teresa Sapey, architetto attivo tra Ialia e Spagna; Donata Paruccini, designer italiana.

Davide Rota: Sempre più donne si impegnano nel campo architettonico/design: secondo il suo punto di vista, com'è cambiato il panorama internazionale?
Cecilia Puga: La mia esperienza internazionale è stata vincolata ad esperienze progettuali svolte in Cina dove c'erano un centinaio di differenti ruoli e il lavoro era distribuito in egual modo tra uomini e donne. Anche nella fase di ideazione del progetto tutti lavoravano con la stessa intensità e la stessa partecipazione attiva; ma non so quanto possa essere assunto come un esempio di quello che sta succedendo nel mondo. Se, come sembra dall'organizzazione di questo evento, c'è un interesse in questo senso, si dovrebbero approntare strumenti di analisi più ampi. In Cile per esempio, si laureano in architettura più donne che uomini, la maggior parte lavora e non ho sentito molti casi di donne che hanno perso il lavoro a causa di una maternità. Forse le donne non hanno la visibilità di cui godono gli uomini, ma nel campo della progettazione si sta ormai affermando una parità di presenze di entrambi i sessi.
Donata Paruccini: Nel Design questo non sta avvenendo, la presenza delle donne è molto meno sentita. E' considerato ancora un lavoro molto tecnico e quindi con una spiccata impronta maschile e risulta molto difficile per una donna emergere. Nelle scuole la presenza femminile è maggiore rispetto a quella maschile; una volta entrate nel mondo del lavoro questa maggioranza cala sensibilmente. In Italia  per una donna è più difficile in qualsiasi professione e questa non è da meno. Da qui si spiega la presenza esigua di donne designer.
Teresa Sapey: Noi siamo la prima generazione che può studiare e lavorare come un uomo in questi settori tecnici. La figura dell'architetto/designer donna esisteva anche nel passato, ma viveva all'ombra delle figure maschili, un esempio storico come Alvar Aalto e sua moglie Aino ne sono la testimonianza.  Credo che la differenza stia nell'impegno che questa professione richiede: dall'architettura è difficile staccare, è una professione full-time, 24 ore su 24. E' una professione che richiede molto impegno e molte volte non ci si vuole dedicare totalmente ma si possono avere altre priorità nella vita, come una famiglia o altre attività. L'unica cosa che è cambiata è la storia, oggi questa professione richiede molto più impegno, ma la nostra creatività resta immutata. Ci sono e ci saranno sempre più architetti e designer donne.

D. R.: Le donne sono prese seriamente in un ambiente così maschile?
C.P.: L'unica, pesante, difficoltà sta nell'affidamento degli incarichi. Culturalmente c'è una differenza tra i due sessi; se una donna lavora in un equipe di uomini ha maggiori possibilità di lavorare a grossi progetti, perché la figura della donna è legata ad una certo tipo di progettazione, quella più domestica: abitazioni, negozi, interior design, non ha quasi mai accesso a progetti di infrastrutture o di industrie. Una volta che cerca di buttarsi sul mercato, ha un grande svantaggio rispetto ad un uomo.
In  questo momento io sto seguendo un progetto per l'impianto di una centrale termoelettrica, ma sono un'eccezione.
D.P.: A volte capita di percepire un certo sentimento di discriminazione. Qualche volta ho avuto delle difficoltà ad andare a lavorare in officina, durante la produzione di un prodotto o di un modello, perché ero seguita da dei collaboratori, uomini, che non avevano la minima intenzione e voglia di lavorare con me, per una donna. E' difficile porsi come una figura che ha competenze tecniche, non solo competenze "artistiche". Salendo di livello, lavorando per certe realtà aziendali di un certo spessore, questo gap viene colmato e molto spesso si trovano donne a capo degli uffici tecnici, ma resta comunque molto difficile.
T.S.: Credo che il termine 'discriminazione' sia un po' forte, bisognerebbe parlare di 'difficoltà'. Ribadisco il concetto che questa professione è veramente dura, è una professione che va per vocazione; per ogni guerra ci sono migliaia di piccole battaglie da vincere. E considero noi come delle fortunate, siamo capitate prima dell'"ondata orientale": sarà una tragedia per qualsiasi futura donna europea che si affaccerà in questo mondo.

D.R.: C'è un diverso modo di porsi di fronte ad una problematica di progetto, tra un architetto donna e un architetto uomo?
D.P.: Ogni individuo possiede una dualità interiore, c'è sempre una parte femminile e una parte maschile, ma non penso che questo possa incidere sull'approccio progettuale. Si può sicuramente parlare di sensibilità diverse per le donne e per gli uomini, ma non è detto che in una sia più accentuata che in un altro.
C.P.: Credo che questa sia una domanda discriminatoria, in un certo senso positiva, ma pur sempre discriminatoria. Nel mio caso, vorrei che il mio lavoro fosse analizzato nel senso stesso della professione, nel senso architettonico che questo possiede. Non vorrei essere guardata come un architetto che fa architettura da donne, lavoriamo in una campo aperto, un insieme di diverse culture, linguaggi ed esperienze.
T.S.: A volte in spagna succede che mi senta chiamare "architetta", ed è una cosa che non sopporto, che non ha molto senso; io voglio essere riconosciuta come un "architetto", non credo in una "a" o in una "o". Vorrei che di fronte ad un mio progetto uno si chiedesse se è ben fatto oppure no.

Davide Rota: Cosa si sente di consigliare ad un ipotetico/futuro architetto/designer donna?
D.P.: Provarci, mettersi in gioco e farlo. Ci sono molti modi di fare questo mestiere, non è detto che il mio sia il percorso giusto, ogniuno deve trovare il proprio. Adesso come adesso un consiglio che mi sentirei di dare è quello di spostarsi all'estero e viaggiare molto. In questo momento l'Italia è in una fase di stallo.
C.P.: Al giorno d'oggi si deve avere una cultura più ampia. Credo sia controproducente avere una super specializzazione, al contrario della tendenza odierna; c'è una complessità che richiede un'apertura mentale sempre maggiore. Bisognerebbe studiare materie quali filosofia o altre materie che differiscono dal nostro campo.
T.S.: Sarebbe molto utile studiare anche economia e commercio.

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