La Guerra Fredda – Cold War

Chissà se i nostri nonni o genitori nella familiarità e nella quotidianità dei gesti e delle abitudini più banali erano consapevoli di stare combattendo una guerra? Andare in
un negozio e acquistare qualunque bene di consumo, cucinare, andare al bar o a una mostra, comprare un libro o un paio di calze di nylon o salire su un tram sono
piccoli gesti quotidiani che per circa quattro decenni venivano interpretati come qualcosa di molto più grande, anche come atti ostili, anche come atti di guerra. Una
guerra subdola, per lo più invisibile e strisciante, che, a parte alcune improvvise esplosioni, non si è mai manifestata in tutta la violenza caratteristica di una guerra. Una
guerra appunto “fredda”. Il conflitto che ha segnato dal 1945 al 1989 la vita dell’intero pianeta, trovatosi diviso in due blocchi contrapposti, salvo pochi paesi “non allineati”,
in cui ogni azione – politica, sociale, culturale, economica – era letta e interpretata nell’ottica di predominio e vittoria di una parte sull’altra. USA contro URSS. Con il resto
del Mondo attore non (sempre) protagonista.
In tale contesto anche gli oggetti, le forme di pensiero, i prodotti della cultura e del sapere dell’uomo entravano nell’ottica globale del conflitto, non ne erano immuni né il
cinema, né l’arte, né il design e neppure l’architettura. A questi ambiti guarda la bella mostra ospitata dal MART di Rovereto “Cold War Modern. Design 1945-1970″
prodotta dal Victoria & Albert Museum di Londra, aperta fino al 26 luglio 2009. Il lavoro di ricerca dei curatori inglesi, Jane Pavitt e David Crowley, è durato oltre quattro
anni e ha prodotto una profonda riflessione sul modo in cui arte, design e architettura siano stati condizionati (o abbiano condizionato) la politica, la società e il pensiero
nei due blocchi. Al pari di ogni aspetto della società gli oggetti di design e le opere d’arte sono dei messaggeri usati in maniera propagandistica dai governi o dagli stessi
artisti.
La Guerra Fredda non era solo una guerra ideologica, combattuta sul piano degli armamenti, della tecnologia, della scienza e dei trionfi sportivi, ma era anche una guerra
combattuta sul cuore, sull’anima, sulla mente delle popolazioni coinvolte. Il tema centrale diventa lo “stile di vita”: quale blocco garantiva le condizioni di vita migliori?
Quale le case più accoglienti? Il lavoro più gratificante? I trasporti più efficienti e veloci? A queste domande dovevano rispondere i designer e gli architetti applicando nelle
loro proposte i due dettami politici fondamentali: libero mercato e libertà individuale a Ovest, Stato, collettività e garanzie sociali a Est.
Esposta in mostra una piccola foto che riassume tutto questo. E’ il 1959 e vi si vedono il vice presidente americano Richard Nixon e il primo ministro sovietico Nikita
Kruschev discutere animatamente davanti a una cucina. L’occasione è data dall’Esposizione Nazionale Americana a Mosca nell’estate di quell’anno e si tratta di quella
che è passata alla storia come la “disputa della cucina”, per l’esattezza si trattava di una cucina General Electric giallo limone. Gli Stati Uniti con quella storica mostra
entrarono nel cuore di Mosca portando il meglio della loro produzione tecnologica di beni di consumo, costruendo una casa prefabbricata medio-borghese e arredata con
quattro scintillanti cucine ricche di ogni elettrodomestico, con l’evidente intento di mostrare alle masse delle casalinghe e delle famiglie sovietiche il meglio dello stile di
vita americano. Un vero e proprio cavallo di troia per minare dal basso le aspettative e le prospettive di vita socialista. Un tentativo andato a vuoto e che ha contribuito a
spostare la dialettica di guerra dalle armi agli elettrodomestici come disse in quell’occasione Nixon “Non sarebbe meglio misurarsi per la qualità delle lavatrici che per la
potenza dei missili?”.
La guerra non si combatteva più solo sul piano della potenza militare, conclusasi con un sostanziale pareggio, né nella corsa allo spazio, apparentemente vinta
dall’URSS con l’uno due Sputnik-Gagarin, ma si spostò sul fronte della “casa” e della quotidianità. Lo spunto di questa mostra nasce proprio da quell’immagine e ruota
continuamente intorno al tema della competizione, di come un blocco volesse continuamente dimostrarsi più “moderno” dell’altro, e su questa linea si attraversano vari
temi: l’ansia e la speranza, la politica della pace, la riconciliazione durante il “disgelo”, la corsa allo spazio, le rivoluzioni alla fine degli anni ’60, l’utopia della modernità.
Concentrandosi sugli anni dal 1945 al 1970, la mostra raccoglie oltre 250 oggetti e opere artistiche provenienti dai due blocchi del “mondo diviso” – Stati Uniti, Unione
Sovietica, Regno Unito, Cuba, Germania Ovest e Germania Est, Italia, Polonia, Francia e Cecoslovacchia – da uno Sputnik alla tuta da austronauta delle missioni
“Apollo”, dai film di Stanley Kubrick ai dipinti di Robert Rauschenberg, dalle ceramiche di Pablo Picasso ai vestiti di Paco Rabanne, ma anche oggetti affascinanti come i
mobili in fibra di vetro di Charles e Ray Eames, o il radioricevitore mondiale T1000 della Braun, disegnato da Dieter Rams, i bozzetti architettonici di Le Corbusier, di
Richard Buckminster Fuller e di Archigram, e le nuove forme di trasporto del dopoguerra, come la P70 Coupé (un precursore della Trabant di plastica), la micro-auto
Kabinenroller della Messerschmitt e la Vespa.
L’esposizione si sofferma sulle due visioni architettoniche rivali che si fronteggiavano a Berlino: nella parte est la monumentale ‘Stalinallee’ e, nel settore ovest, i
programmi edilizi di ‘Interbau’ che coinvolsero grandi protagonisti dell’architettura moderna, come Le Corbusier e Walter Gropius. E ancora per quanto riguarda
l’architettura si affrontano i grandi progetti utopici come la cupola geodesica sopra Manhattan pensata nel 1962 da Buckminster Fuller e i lavori di studi quali Superstudio
e Archigram che crearono prototipi come ambienti gonfiabili, mobili e oggetti di consumo rivolti provocatoriamente a una nuova società tecnocratica o le opere simbolo di
potere e supremazia in una gara di altezza: da una parte la Post Office Tower di Londra e dall’altra la Torre Ostankino a Mosca.
Una sezione è dedicata alla corsa per la conquista dello spazio e ai trionfi dell’alta tecnologia, come la prima missione spaziale di Yuri Gagarin a bordo della capsula
Vostock fino ai progetti di Raymond Loewy per gli interni delle navette spaziali NASA, oltre agli esempi di tute sperimentali, ma anche mobili, architetture, arte e moda
ispirati al mondo della fantascienza.
In mostra si trovano manifesti – poster propagandistici e anti-nucleari – e i film che hanno contribuito a plasmare l’immaginario collettivo, come Goldfinger, Ipcress, Dottor
Stranamore e 2001 Odissea nello spazio, oltre alle scenografie originali di Kenneth Adam.
Le fotografie documentano il disagio delle nuove generazioni: le grandi manifestazioni di protesta contro la guerra del Vietnam, il ’68 a Parigi e la primavera di Praga.
Nell’ultima sezione la mostra presenta alcuni progetti sviluppati grazie alla ricerca tecnologica promossa per l’industria bellica.
La mostra si conclude con le prime fotografie della terra scattate dallo spazio, fonte di ispirazione per gli artisti e i creatori di visioni utopiche, che documentano il nascere
di una nuova sensibilità ambientale nei confronti della fragilità del nostro pianeta.

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