Il sole fa ciò che vuole, non ciò che decidiamo noi. È un personaggio indifferente e autoreferenziale. Per nostra fortuna è anche molto abitudinario: certo ogni giorno ci aspettiamo da lui qualcosa di diverso dal giorno prima e dal giorno dopo, ma mai niente di diverso dallo stesso giorno dell’anno prima e dell’anno dopo. Il nostro sole è prevedibile come la meccanica di un orologio svizzero e completamente incapace di tradire le nostre aspettative. Fa ciò che vuole ma vuole sempre la stessa cosa.
Senza il sole non esisterebbe la vita per come la conosciamo. Sul suo calore contiamo per il nostro rapporto con la terra e con il cielo, per il mantenimento delle nostre condizioni di equilibrio fisiologico. Sulla luce si basa il nostro senso più sviluppato: da essa origina, fin dalla nascita, la specie-specifica capacità di visione e di immaginazione di uomini e donne.

Di luce è piena la nostra vita, delle sue sfumature di intensità, dei suoi eccessi e delle sue carezze. Non c’è arte figurativa, senza luce. Non c’è colore, non c’è percezione di figura, di ambiente, di distanza. Lo stesso concetto di spazio perde forza se lo immaginiamo al buio. Attraverso la luce la straordinaria fisiologia del nostro corpo reagisce allo scorrere del tempo con la produzione e inibizione di sostanze, ormoni, enzimi, in grado di influenzare il nostro benessere e le nostre sensazioni, oltre alle nostre capacità. Attraverso la luce si regola il sonno. Siamo “congegnati” per avere un rapporto strettissimo con il susseguirsi e il variare degli stimoli visivi, nei quali intuiamo il pulsare di un ritmo vitale esterno. È innegabile la straordinaria potenza che può avere su di noi la percezione di essere in continuità con lo spazio aperto, attraverso la luce e l’aria, e quanto possa essere avvilente la sensazione di distacco e isolamento di quando siamo lontani dal cielo e non possiamo osservarne e viverne le manifestazioni e le sfumature. Un architetto, un ingegnere, un progettista in generale, ha grandi responsabilità nel negare o consentire questo rapporto. Le ha dal momento in cui si assume il compito di circoscrivere una parte di universo per dedicarlo a chi lo vivrà, lo userà o semplicemente lo osserverà. E allora, quanto di questo legame viene conservato, quando si posa l’ultimo mattone o si chiude l’ultima finestra? Quanto dovremmo tenere a mente, in quanto tecnici, della straordinaria storia di energia e vista che unisce uomini e donne al loro suolo e al loro cielo?

L’amara verità è che il progettista in trincea, quello che fa libera professione da solo o in società, al giorno d’oggi, non considera la luce naturale tra i principali elementi della progettazione. Dirà volentieri che la ama e cerca di usarla e di ottimizzarla il più possibile, ma quando si tratta di spiegarlo nel concreto, le risposte tardano ad arrivare. Per lo più riguardano la dimensione delle finestre. Al massimo, qualcosa sull’orientamento delle stanze. È davvero tutto qui? Sono i singoli o è una cultura? Quanti, all’università per esempio, studiano o insegnano a misurarsi (senza necessariamente misurare) con questo strabiliante fenomeno? Nella pubblica discussione, che si svolga in convegni, riviste o sul web, luce naturale e architettura sembrano ignorarsi. O quantomeno parlare lingue diverse, al limite armonizzate dall’intuizione di pochi, ma mai messe davvero l’una di fronte all’altra, in piazza. Il navigante che abbia voglia di puntare verso il largo, alla ricerca della propria America, si trova senza bussola. Alle spalle, i fari e le certezze dei grandi della storia dell’architettura, con la loro opera e la loro poetica; sotto la chiglia, numeri, formule e codici del fenomeno fisico, accessibili in mille manuali e testi scientifici. Ma di fronte, il mare aperto della sperimentazione, delle risposte a domande che magari non sono neanche ancora domande. Come orientarsi? Come decidere dove andare; se proseguire? La risposta non è semplice, proprio perché investe campi della progettazione così diversi e intreccia il contesto e la disponibilità con la funzionalità e con la bellezza soggettiva. Il vero nucleo dell’ambiguità risiede nel fatto che non si può svincolare una consapevole progettazione illuminotecnica naturale dalla progettazione architettonica in generale. Ma negli anni è sorto un pensiero: tenere a mente questo desiderio di chiarezza, questa volontà di approfondimento, può aiutarci a capire quali sono i meccanismi che portano da un gesto a un risultato; a trovare un metodo.

Quello che inauguriamo in questo numero sarà un appuntamento fisso, mensile, che ha l’ambizione di sciogliere alcuni di questi nodi, alla ricerca di strumenti per interpretare il mondo costruito, usando la luce naturale come chiave di lettura. Su queste pagine, cercheremo di capire cos’è la luce, come progettarla e controllarla in funzione degli obiettivi di ognuno. Parleremo dei diversi tipi di luce per la caratterizzazione del campo visivo, di grandezze analitiche (il FmLD, l’illuminamento, l’indice di uniformità ecc.) e software di modellazione digitale e di verifica illuminotecnica, di normative e prassi approvative nazionali, dell’importanza di creare uno spazio in cui la luce abbia un senso e un linguaggio, otre alla misurabilità. Un bagaglio generale insomma, che ci renda capaci di affrontare la progettazione architettonica a vari livelli. L’ambizione è che chiunque possa trovarvi qualcosa di utile, che si tratti di strumenti pratici o di una spinta verso una nuova rotta alla ricerca del proprio, personale, efficace, metodo di lavoro. Qui, non tutto è scientifico, ma non tutto è poetico. Così come la luce è presente nella fisica dei quanti ma anche nei quadri di Van Gogh, un progettista deciderà, in funzione del proprio linguaggio, della propria formazione e della propria responsabilità, che uso fare di un sistema di interazioni tanto complesso quanto immediato e affascinante.

Gradiente e Densità

Non solo composizione: la distribuzione e la luce zenitale

La luce e la sua misurazione

Dal vedere al fare

L’uso di trasparenze e la continuità visiva